Per un patrimonio europeo vivo, oggetto di dibattito e come responsabilità condivisa

Testo pubblicato nel volume II delledizione speciale di Cartaditalia dedicata al 2018, Anno europeo del Patrimonio Culturale con l’autorizzazione dell’editore.

La Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore sociale del patrimonio culturale – la cosiddetta Convenzione di Faro – è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 13 ottobre 2005 ed è entrata in vigore il primo giugno 2011. È stata ratificata da diciassette Stati membri e firmata da altri sei.

Il Piano d’Azione Faro è stato predisposto dal Consiglio d’Europa come meccanismo di monitoraggio della Convenzione quadro e mira a far comprendere la ricchezza e la novità dei suoi principi, a proporre percorsi di interpretazione adeguati alle attuali  sfide sociali, a introdurre punti di riferimento comuni e a creare meccanismi e strumenti che incoraggino le iniziative ispirate ai principi di Faro. Privilegia un approccio di tipo “ricerca azione” che punta a integrare i vari soggetti coinvolti e ad appoggiarsi sui risultati delle loro speci che esperienze. In questo contesto, la Rete della Convenzione di Faro riunisce su scala paneuropea esponenti della società civile, della pubblica amministrazione o rappresentanti eletti che, sotto l’egida del Consiglio d’Europa, si scambiano informazioni sulla fruizione del patrimonio culturale come fonte e risorsa delle azioni innovative che ciascuno di essi intraprendea livello locale in risposta alle molteplici crisi che ben conosciamo: crisi della rappresentanza politica, crisi del modello economico e crisi  della coesione sociale di fronte alle migrazioni. La Convenzione di Faro è il loro quadro di riferimento comune.

La rete è attualmente composta da una ventina di persone identicate dal Consiglio d’Europa come “mediatori” e “facilitatori” per la loro capacità di far cooperare localmente una serie di soggetti attorno a processi patrimoniali inclusivi e rispettosi della dignità di ciascuno. Come e perché una convenzione europea che non apporta “né gloria, né potere, né denaro” ha maggiore importanza a livello locale che a livello nazionale o europeo?

Se il patrimonio è il campo di sperimentazione comune di tali mediatori e facilitatori, è soprattutto perché lo interpretano in maniera diferente da come siamo comunemente indotti a percepirlo.

Il patrimonio è in primo luogo concepito come “argomento di dibattito” e non come un oggetto di consenso scolpito per sempre nel marmo. Per riprendere le parole di Gabi Dolf, conservatrice a Berlino, il patrimonio culturale possiede un “valore conflittuale” o Streitwert, un valore che richiama e crea il dibattito.

L’impiego del patrimonio può diventare oggetto di dibattito nel caso di una sopravvalutazione turistica o nel caso, ad esempio, di un riconoscimento o di un’interpretazione di un patrimonio legato a un regime totalitario. Il dibattito può nascere dal carattere “scomodo” di un determinato patrimonio – pensiamo agli edifici fascisti di Forlì, ex “città del Duce” e “medaglia d’argentodella Resistenza” – o dalla sua apparente “banalità”, come quella di certe fabbriche o condomini popolari di Marsiglia.

Il dibattito può anche scaturire da un patrimonio “classificato” la cui interpretazione dominante impedisce di prendere in considerazione e tramandare interpretazioni alternative. L’importanza passata e attuale dei Rom nella storia del villaggio rumeno di Viscri è mascherata, ad esempio, dal patrimonio d’epoca sassone. L’Arsenale viene soprattutto visto in relazione al suo ruolo ai tempi della Serenissima (ed è piuttosto dificile immaginare un futuro che ridimensioni il peso di questa visione), mentre vengono passati sotto silenzio o trascurati l’Arsenale industriale e l’Arsenale contemporaneo, che hanno tuttavia lasciato forti tracce nella vita della città e nell’architettura.

A Pilsen, Capitale europea della cultura nel 2015 promossa dalla Repubblica Ceca come “piccolo paradiso”, il processo patrimoniale denominato “Città nascosta” ed elaborato con il concorso degli abitanti ha fatto emergere in realtà la storia tumultuosa della cittadina negli anni della Seconda guerra mondiale e del periodo comunista. La questione del pluralismo delle “narrazioni” è uno dei tre assi di lavoro del Piano d’azione Faro. Lo sviluppo della conoscenza del patrimonio culturale facilita la coesistenza pacifica promuovendo la fiducia e la comprensione reciproca. La Convenzione di Faro invita gli Stati membri a “rispettare la diversità delle interpretazioni” e a stabilire dei “processi di conciliazione” per gestire equamente le situazioni in cui comunità diverse attribuiscono valori contraddittori allo stesso patrimonio culturale (articolo 7).

In secondo luogo il patrimonio è concepito come “vivo”: non è un “monumento” o un “oggetto” immutabile da salvaguardare per l’eternità in un museo o come sito. Il patrimonio culturale comprende “tutti gli aspetti dell’ambiente risultanti dall’interazione nel tempo tra le persone e i luoghi” (articolo 2 della Convenzione d i Faro). È a un tempo fonte e risorsa per l’educazione, per la creazione artistica, per lo sviluppo sostenibile
e per molte altre sfide enunciate nel capitolo 3 della Convenzione di Faro.

L’impiego del patrimonio nei processi patrimoniali come “bene comune visuto” è la seconda priorità del Piano d’azione Faro. La Convenzione sottolinea il valore e il potenziale del patrimonio culturale come “risorsa sia per lo sviluppo sostenibile sia per la qualità della vita in una società in costante evoluzione”.

Infine, il patrimonio è una “responsabilità condivisa”. Una responsabilità non è centralizzata, né privatizzata, ma consegue da un lavoro di cooperazione, “nel contesto dell’azione pubblica”, tra tutti coloro che gli attribuiscono un valore. Ciascuno ha la responsabilità di rispettare sia il patrimonio culturale degli altri sia il proprio. La Convenzione impegna gli Stati membri a sviluppare il contesto giuridico, finanziario e professionale che permetta l’azione congiunta di autorità pubbliche, esperti, proprietari, investitori, imprese, organizzazioni non governative e società civile (articolo 11).

Per i membri della Rete Faro ciò si traduce concretamente nell’afidamento di ruoli di responsabilità in ambito civile a organismi che coinvolgono tutte le parti in causa (utenti, investitori, dipendenti, fornitori etc.) e in ambito pubblico a “uffici di progetto” trasversali ai vari enti; ciò consente di prendere le distanze sia dall’approccio tradizionale del settore privato – troppo settoriale – sia dalla compartimentazione tipica della burocrazia.

La promozione della cooperazione – la terza priorità del Piano d’azione Faro – riguarda la capacità dei processi patrimoniali di mettere in questione e rifondare le modalità di collaborazione tra rappresentanti eletti, istituzioni pubbliche, società civile e cittadini.

Questa concezione del patrimonio come “bene comune visuto”, “oggetto di dibattito” e come “responsabilità condivisa” è resa possibile dal riconoscimento di un “diritto al patrimonio culturale”. Un diritto garantito a tutti, individui e collettività, di beneficiare del patrimonio culturale e di contribuire al suo arricchimento. I cittadini vengono considerati come “aventi diritto” e non più come semplici benficiari, utenti o consumatori.

Il riconoscimento del “diritto al patrimonio” costituisce, paradossalmente, un freno per gli Stati che temono con la propria ratifica di favorire il “comunitarismo” o di dover sostenere nuove spese per tutelare un patrimonio via via sempre più esteso.

L’iscrizione di tale diritto in una prospettiva europea e il rimando alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo crea comunque una cornice di riferimento e gli dà una connotazione precisa.

Come ogni diritto umano, anche quello al patrimonio è universale, indissolubile, interdipendente e intimamente legato a tutti gli altri. Non è quindi possibile favorire questo diritto culturale a scapito di quelli già vigenti.

La valorizzazione del patrimonio culturale non può, ad esempio, andare a detrimento del diritto a un’equa remunerazione e alla protezione sociale o a quello alla privacy, particolarmente difficile da tutelare nell’era di internet. Il diritto al patrimonio deve al contrario contribuire a raforzare gli altri come, ad esempio, il diritto alle ferie pagate  che in ambito europeo incoraggia il turismo sociale.

La Convenzione sottolinea che l’esercizio del diritto al patrimonio culturale può essere subordinato soltanto alle restrizioni indispensabili in una società democratica “per tutelare l’interesse pubblico, i diritti e le libertà altrui”. Ciò rafforza e legittima sia la responsabilità politica – garante di tutti i diritti – sia quella delle comunità patrimoniali che possono coadiuvare l’azione pubblica.

In vari “processi Faro” tale quadro viene adottato formalmente dai rappresentanti eletti in ambito locale e dalla società civile grazie a un’adesione simbolica ai principi della convenzione: firma del sindaco, voto del consiglio comunale, inserimento nello statuto. Il Piano d’azione Faro ha permesso di sperimentare nuove forme di cooperazione in città – quali Venezia o Marsiglia – in è particolarmente elevata la diffidenza dei cittadini nei confronti di chi è incaricato di rappresentarli.

L’iscrizione del patrimonio culturale in una prospettiva europea mira a favorire lo sviluppo di una società “pacifica e stabile, fondata sul rispetto dei diritti dell’uomo, la democrazia e lo Stato di diritto”; “gli ideali, i principi e i valori, derivati dall’esperienza ottenuta grazie al progresso e nei conflitti passati”, costituiscono un patrimonio comune che tutti le parti firmatarie si impegnano a rispettare (Articolo 3).

Le cooperazioni consentite dalla Convenzione quadro associano di fatto soggetti privati legati al settore del turismo sociale, movimenti che lottano per la salvaguardia dei beni comuni, associazioni di diffesa dell’habitat e attori pubblici impegnati localmente in azioni conformi ai principi europei o ad approcci di sviluppo sostenibile. Vari membri della Rete Faro mettevano già in pratica i principi di Faro prima ancora di conoscerli. Il Piano d’azione Faro rafforza le loro iniziative inserendole in un quadro di riferimento europeo di cooperazione tra pubblico e privato, che permette loro di acquisire una maggiore rilevanza politica (visione europea) e una maggiore dimensione collettiva (volontà di cooperazione).

L’amministrazione di Marsiglia, l’università e il Consiglio d’Europa hanno, ad esempio, sperimentato un progetto europeo di patrimonio integrato. Un posto di “conservatore del patrimonio” è stato messo a disposizione dalla città per rendere operativo un “servizio pubblico patrimoniale” a bene cio degli abitanti. Con il sostegno di questa figura e l’appoggio di soggetti esterni (artisti, architetti, docenti universitari, scrittori etc.), le associazioni, i privati cittadini e le imprese – riuniti in comunità patrimoniali – hanno svolto per una quindicina d’anni un importante lavoro di selezione, identicazione, interpretazione e presentazione del patrimonio culturale esistente. Questo lavoro “sotterraneo” ha portato a pubblicazioni, classificazioni, creazioni artistiche e nuovi impieghi del patrimonio “nel quadro dell’azione pubblica”.

Tale processo ha permesso, all’interno di quartieri percepiti come “svantaggiati”, la moltiplicazione di iniziative “Faro” in ambito turistico, sociale, culturale, urbano e artistico. Il Consiglio d’Europa ha ricavato da questa esperienza i primi “criteri di Faro” e i primi esempi di “buone pratiche”, che alimentano ancora oggi il Piano d’azione e vengono ripresi dagli altri membri della rete, come nel caso delle “passeggiatepatrimoniali” organizzate a Venezia a partire dal 2008.

Un esempio più recente del lavoro svolto da vari membri della Rete Faro è il lancio della piattaforma web di viaggio Les oiseaux de passage che da settembre 2018 consentirà di accedere a offerte di ospitalità e condivisione interculturale rispettose dei diritti umani. L’esperimento riunisce soggetti provenienti dai sindacati, dal mondo dell’istruzione popolare, dal turismo sociale, dall’open source, dalla cultura, dall’artigianato e dalle cooperative. La Convenzione di Faro viene coniugata con i principi cooperativi – un altro patrimonio europeo – per sperimentare una piattaforma web collaborativa incentrata sugli scambi “d’umano a umano“.

Prosper Wanner, juillet 2017

Questo articolo è stato pubblicato in Uncategorized il da .

Informazioni su Prosper Wanner

Ingegnere francese in pianificazione urbana e gestione di progetti. Esperienza professionale nello sviluppo economico di iniziative di economia sociale e di sviluppo sostenibile (finanza solidale, patrimonio integrato, economia collaborative, pianificazione urbana sostenibile, turismo sociale,). Da 2010, gestore della cooperativa di abitanti Hôtel du Nord di valorizzazione del patrimonio culturale dei quartieri nord di Marsiglia (rete diffusa d'ospitalità nei quartieri popolari). Esperto per il Consiglio d'Europa sull'interpretazione della Convenzione-quadro sul valore del patrimonio culturale per la società, detta Convenzione di Faro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...