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Marseille quartiers nord, Paris université, Poitiers ZI et Venise Santa Croce. Ingénieur, doctorant en anthropologie, coopérateur et en recherche action sur le droit au patrimoine, le voyage et les plateformes coopératives numériques.

« Les Rencontres avec Perceval », châtel de Theys (38). Photo © : Alice-Anne Jeandel

Tre figure del patrimonio, tra subordinazione delle persone e democrazia

Articolo originale pubblicato in francese sulla rivista dell’Osservatorio delle Politiche Culturali – OPC – il 26 febbraio 2026 all’indirizzo: Trois figures du patrimoine, entre subordination des personnes et démocratie. Versione italiana tradotta da Deep L Pro. e migliorata da A. Terracciano

Tra i monumenti storici classificati dallo Stato e il patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’UNESCO, la Convenzione di Faro ha aperto una terza via, nella quale le persone partecipano al processo di patrimonializzazione. Confrontando questi tre approcci, Jean-Michel Lucas riporta in primo piano questa sfida democratica: come condividere al meglio ciò che costituisce il valore di un patrimonio culturale comune?

Quando arrivano le Giornate europee del patrimonio, le file d’attesa si allungano per approfittare delle opportunità di conoscere, o meglio ancora di ammirare, prestigiosi monumenti storici. Tuttavia, questo patrimonio culturale comune non è il miglior alleato della democrazia. Ce ne rendiamo conto confrontandolo con altre due figure del patrimonio: il patrimonio culturale immateriale (PCI) dell’Unesco e il valore del patrimonio culturale per la società della Convenzione di Faro.

Il patrimonio degli oggetti di valore

È opinione unanime che i monumenti storici abbiano un valore intrinseco, quindi oggettivo, che si impone su tutte le soggettività. È stata una scelta politica della democrazia rappresentativa quella di identificare il patrimonio comune attraverso oggetti di grande valore. Con la legge del 19131 sui monumenti storici1, la conseguenza è stata che solo alcuni specialisti selezionati dallo Stato possono essere autorizzati a negoziare il valore di questi oggetti patrimoniali. Questa legislazione è stata particolarmente attenta ad escludere da queste negoziazioni qualsiasi altra persona della società. Così, la democrazia rappresentativa ha posto la persona, libera e degna, in una posizione di subordinazione patrimoniale, non riconoscendole alcun diritto al dibattito democratico sulla scelta dei valori del passato che dovrebbero guidare il nostro futuro comune.

L’Unesco, con la Convenzione sulla protezione del patrimonio mondiale, culturale e naturale del 19722, è andata ancora oltre, facendo individuare da alcuni specialisti oggetti che hanno, di per sé, un«valore universale eccezionale (VUE)» per l’umanità intera. Così, questa convenzione si è ben guardata dal chiamare in causa la comunità umana e le sue diversità culturali per deliberare su questo valore di umanità attribuito a beni materiali, anche aggiungendo, nel 2007, un nuovo obiettivo strategico che riguarda il ruolo delle comunità, ma limitato all’attuazione del VUE!

Lontano da ogni ideale democratico, questo patrimonio dal «valore di oggetti» mette da parte le persone nel momento stesso in cui si tratta di qualificare le tracce del loro passato per la nostra comune umanità.

Questa favola patrimoniale incentrata sugli oggetti non poteva convincere tutti gli esseri umani. È stata contestata facendo emergere una nuova figura del patrimonio culturale, questa volta legata alle persone.

La figura del patrimonio delle persone

Questa figura è emersa gradualmente all’Unesco per assumere forma ufficiale con la Convenzione sulla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 20033. In questo contesto, gli oggetti del patrimonio non hanno valore intrinseco. Essi diventano «patrimonio» solo se le persone e le loro comunità nutrono nei loro confronti «sentimenti di identità», attribuendo loro significati rispetto al proprio passato. Si tratta di un salto determinante ben descritto da Thomas Mouzard, responsabile per l’antropologia e il PCI presso il Ministero della Cultura4: questo patrimonio «è incarnato dalle persone, è impossibile salvaguardarlo senza di loro». Solo loro e le loro comunità hanno il diritto di dare un senso agli oggetti, quindi di far evolvere, quando lo desiderano, il valore che vi attribuiscono. Il patrimonio è una questione che riguarda le persone stesse; non è più un patrimonio di oggetti separati da esse.

Questa figura del patrimonio delle persone rivendicata dal PCI è presente anche nella Convenzione del 2005 del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, nota come “Convenzione di Faro”5. La persona e le sue comunità patrimoniali sono la fonte della qualificazione del patrimonio e, in questa fase, non vi sono differenze tra la Convenzione di Faro e la Convenzione PCI, come sottolinea Thomas Mouzard nel suo studio sul PCI: «Utilizzo il concetto di “comunità patrimoniale” nel senso della Convenzione del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, art. 2 (detta Convenzione di Faro, 2006): «La comunità patrimoniale è composta da persone che attribuiscono valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale che esse desiderano, nell’ambito dell’azione pubblica, preservare e trasmettere alle generazioni future.6»

A questo punto, le persone e le loro comunità sembrano essere al centro della determinazione del patrimonio culturale; non sono più in una condizione di subordinazione. Si potrebbe facilmente pensareche «identificare il PCI equivale quindi ad attuare una forma di democrazia culturale7 ». La Convenzione PCI e la Convenzione di Faro convergono nel riconoscimento del diritto al patrimonio delle persone.

Esse concordano anche sulla necessità etica che le persone e le loro comunità rispettino i valori comuni sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (DUDU) del 1948. Entrambe riconoscono che il patrimonio culturale acquista assume significato attraverso le interazioni delle persone tra loro e con il loro ambiente. A questo proposito, la Convenzione PCI e la Convenzione di Faro seguono lo stesso percorso, al punto che si potrebbero fondere le due per consolidare meglio la dimensione democratica della politica patrimoniale.

Il PCI e l’allontanamento dalla democrazia

Tuttavia, questa prospettiva è difficile da concepire quando si esaminano le procedure istituite dalla Convenzione PCI. In primo luogo, ogni persona, insieme alle proprie comunità, ha diritto al riconoscimento degli elementi del proprio passato. Tuttavia, è necessario presentare una richiesta espressa nei termini dell’Inventario nazionale del PCI. La procedura merita attenzione in relazione alle questioni democratiche.

Certo, questo «Inventario nazionale è la somma dielle richieste sociali» e le schede dell’inventario sono, fortunatamente, realizzate «grazie alla mobilitazione degli attori interessati (comunità, ricercatori, varie organizzazioni)». Tuttavia, la richiesta di iscrizione all’Inventario è ammissibile solo se convalidata approvata dagli esperti. Sono i responsabili scientifici a determinare stabilire se il patrimonio proposto dalle comunità abbia realmente un significato per la società.

Questa ripartizione dei ruoli tra comunità e responsabili dell’Inventario si basa sulla convinzione che, con il PCI, «il patrimonio è una cosa pubblica che risulta da un lavoro scientifico di oggettivazione in relazione a questioni soggettive». Da un lato l’oggettività (scientifica), dall’altro la soggettività (delle persone delle comunità). La Convenzione PCI si basa su questa epistemologia di un sapere disciplinare oggettivo che detiene il monopolio del significato pertinente delle tracce del passato per la società.

Ne consegue che le persone e le loro comunità devono attendere questa deliberazione accademica specialistica senza avere il diritto di contribuirevi. Le collaborazioni tra questi attori sono rientrano meno in rapporti di cooperazione che in rapporti di subordinazione. La dinamica democratica è bloccata dal rapporto leonino introdotto dal dossier d’ell’Inventario.

In secondo luogo, il seguito delle procedure stabilite dalla Convenzione PCI risponde alla stessa logica tutelare: un dossier redatto nel linguaggio delle scienze etnologiche e antropologiche, un elenco dei criteri richiesti, una convalida da parte dell’istanza esperta del valore oggettivo del patrimonio della comunità, senza alcuna deliberazione che coinvolga i richiedenti. A ciò si aggiunge una fase di valutazione da parte degli Stati dell’Unesco. Ora, se c’è un’istanza che non può pretendere di rispondere all’obbligo di obiettività oggettività rispetto alle questioni umanitarie sollevate dalla Convenzione, questa è proprio quella degli Stati.

Così, di procedura in procedura, la Convenzione PCI ha mancato la svolta democratica verso il “patrimonio delle persone“. Ha voluto basare la sua obiettività oggettività sulle conoscenze disciplinari, mentre la stessa letteratura scientifica esprime i suoi dubbi sulla pertinenza del concetto di PCI8.

La democrazia, cuore pulsante della Convenzione di Faro

La Convenzione di Faro, al contrario, fa della democrazia la sua ragion d’essere. Per apprezzarla basta aprire un quotidiano locale: vi si trovano troveranno brevi articoli sulle iniziative intraprese dalle associazioni. È questo il terreno fertile di Faro: «L’associazione Pen Ar Créac’h, organizzatrice di gare di bocce, annuncia una mostra fotografica per celebrare i suoi cinquant’anni di attività».

Se il comune firmasse la Convenzione di Faro, non chiederebbe all’associazione di compilare un pesante dossier per far riconoscere il suo patrimonio da parte di esperti. Questa è la prima differenza notevole rispetto alla Convenzione PCI. La collettività proporrebbe innanzitutto alla comunità di collaborare con risorse in grado di valorizzare la «mostra fotografica»: archivisti, storici, etnologi, documentaristi, fotografi, scrittori e… vicini! La lista delle possibili collaborazioni è lunga.

Questa proposta della collettività risponde alla vocazione emancipatoria della Convenzione di Faro: le persone della comunità dei giocatori di bocce devono poter formulare a modo loro, con il loro linguaggio e le loro espressioni, il significato della loro storia singolare specifica. Tuttavia, chiudendosi nella loro sola lettura del passato, le persone e le loro comunità lasceranno poche possibilità alle altre comunità di interagire con loro. La proposta di collaborazione apre nuove possibilità di relazioni con altre «espressioni» e «riflessi» del mondo; arricchisce le storie sia per sé stessi che per gli altri; amplia la gamma di fatti ed emozioni associati al passato.

Consente così alla comunità patrimoniale dei giocatori di bocce di ampliare i significati che desidera intende attribuire alla propria presenza nella città. In un certo senso, con tutte queste relazioni intersoggettive in atto, il patrimonio delle persone sarebbe meglio definito «eredità culturale» per sottolineare la dimensione sensibile di tutti questi «riflessi ed espressioni del passato», che non possono essere ridotti a un catalogo di “oggetti“!

Nel complesso, la Convenzione di Faro è un quadro politico di ospitalità in cui le azioni intraprese hanno valore solo se garantiscono la cooperazione delle risorse e assicurano l’eliminazione della si preoccupano di eliminare la subordinazione delle persone a conoscenze “oggettive” incaricate di determinare i significati patrimoniali al posto loro, come nel caso del PCI.

La diversità culturale come vincolo democratico

L’altra differenza fondamentale riguarda le sfide democratiche della diversità culturale. In un quartiere, un’associazione vende corsi di formazione sul maloya9 ma un’altra associazione di persone originarie de l’Isola La Reunion si oppone, ritenendo di essere l’unica legittimata a trasmettere tramandare questa tradizione. Il conflitto non può essere ignorato, né dal comune né dagli altri firmatari della Convenzione di Faro.

La responsabilità collettiva è quindi quella di ricordare i due principi della diversità culturale: 1) ogni persona, ogni comunità ha diritto al riconoscimento del proprio patrimonio culturale; 2) nessuna persona, nessuna comunità può aspirare a tale riconoscimento senza imporsi l’obbligo di riconoscere l’umanità dei patrimoni culturali degli altri, nell’ambito dello Stato di diritto democratico.

Questo vincolo è chiaramente formulato nell’articolo 3 della Convenzione di Faro: «I firmatari devono promuovere il riconoscimento del patrimonio comune dell’Europa, che comprende tutti i patrimoni culturali europei che nel loro insieme costituiscono una fonte condivisa di memoria, comprensione, identità, coesione e creatività». Ogni firmatario della convenzione, pubblico o privato, deve adottare le misure adeguate per rispettare questi due principi, aprendo il dibattito con i vicini dell’edificio le eredità culturali dei vicini del palazzo, della strada, del quartiere o di altri paesi. Ciò vale soprattutto se i «valori, le credenze, le conoscenze i saperi e le tradizioni» degli altri sono vissuti come intollerabili, per ragioni oggettive o per pure fantasie. Le due associazioni che praticano il maloya sono quindi chiamate a discutere, probabilmente alla presenza di «terzi di fiducia», garanti del rispetto dei principi della diversità culturale.

Come recita l’articolo 7 della convenzione, i firmatari dovranno «incoraggiare la riflessione sull’etica e sui metodi di presentazione del patrimonio culturale, nonché il rispetto della diversità delle interpretazioni».

Conciliazioni eque

Questa responsabilità non è affidata a un’istanza superiore che deciderebbe senza coinvolgere le persone, come nel caso del PCI. Questa responsabilità, quotidiana e permanente, si manifesta attraverso azioni sul campo coerenti con i valori della convenzione.

Naturalmente, le opposizioni non scompariranno magicamente… ma la democrazia di Faro non si sottrae: qui non c’è romanticismo nessun romanticismo qui10, ma bensì una responsabilità collettiva di garantire che il vicino non sia uno straniero che vive in un bunker di ignoranza degli altri. Ogni firmatario di Faro ha quindi la responsabilità di stabilire «processi di conciliazione per gestire in modo equo equamente le situazioni in cui valori contraddittori sono attribuiti allo stesso patrimonio da diverse comunità».

«Equamente»! Il compito è arduo e giustifica pienamente l’impegno politico della Convenzione di Faro: troppe persone e comunità hanno subito e continuano a subire dominazioni che hanno cancellato le tracce del loro passato. L’associazione il cui patrimonio culturale non ha dimenticato la storia del maloya ha tutto il diritto di denunciare i saccheggi e le appropriazioni indebite della sua danza, così come di negoziare condizioni eque che rispettino i principi della diversità culturale.

La Convenzione di Faro è una convenzione quadro: lascia alle persone e alle comunità, pubbliche e private, la responsabilità di attuare sul campo azioni adeguate, come sa fare la rete dei firmatari della convenzione, con il sostegno del Consiglio d’Europa11. Ma questo quadro è politico, non etnologico: non associa la cultura ai tratti specifici di una comunità che ne definirebbero, oggettivamente, l'”identità culturale“. Considera piuttosto la cultura come l’insieme delle identificazioni che le persone e le comunità propongono agli altri in condizioni di equità per fare umanità insieme, all’interno dello Stato di diritto… anno buono, anno cattivo nel bene e nel male!

Si deve quindi concludere che la Convenzione di Faro è una terza figura patrimoniale molto diversa dalle altre due: essa amplia lo spazio pubblico democratico integrandovi la discussione sul passato dei membri della società; invita ogni azione sul campo alla vigilanza democratica, individuando i confini che si insinuano subdolamente tra le persone e le loro comunità per giustificare chiusure identitarie, siano esse nazionali, religiose, etniche, di genere o di classe sociale.

È quindi comprensibile che, in un clima politico in cui i responsabili dello Stato potrebbero presto trasformare il fare del patrimonio culturale nel il «crogiolo di una grande nazione» , all’insegna dello slogan «Una nazione, un patrimonio», come promette il Rassemblement National, la posta in gioco della Convenzione di Faro sia fondamentale per la democrazia. Ciò è sottolineato nella petizione pubblica lanciata per ricordare l’urgenza democratica del patrimonio12, integrata dall’appello di Villeurbanne13 per «una governance condivisa del patrimonio, fondata sul riconoscimento reciproco e sulla responsabilità collettiva».

La Convenzione di Faro è quindi uno strumento prezioso per il Nuovo Patto Democratico avviato dal Consiglio d’Europa14 per contribuire alla “sicurezza democratica, ovvero alla resilienza delle nostre istituzioni, delle nostre libertà e dei nostri valori, che costituiscono la nostra prima linea di difesa contro le minacce attuali“.

In questo spirito, non sorprende che grandi città come Marsiglia, Nantes, Rouen, Villeurbanne e un numero sempre maggiore di membri della rete francofona di Faro esprimano la speranza di una società pacificata dal patrimonio culturale dalle eredità culturali di tutte le persone che ci fanno permettono di vivere insieme!

Jean-Michel Lucas, Professore associato in pensione. Consulente in politiche culturali. Ricercatore presso il Laboratorio dei diritti culturali.

  1. veda la Legge del 31 dicembre 1913 sui monumenti storici. https://www.legifrance.gouv.fr/loda/id/JORFTEXT000000315319 ↩︎
  2. Si veda l’articolo 1 della Convenzione, in cui il patrimonio culturale comprende i «monumenti: opere architettoniche, di scultura o di pittura monumentali, elementi o strutture di carattere archeologico, iscrizioni, grotte e gruppi di elementi, che hanno un valore universale eccezionale dal punto di vista della storia, dell’arte o della scienza» ↩︎
  3. Si vedano i testi fondamentali della Convenzione.Cfr. https://ich.unesco.org/doc/src/2003_Convention_Basic_Texts_2024_version_FR.pdf ↩︎
  4. Si veda l’articolo: « Le PCI est un patrimoine dynamique, vivant, qui n’est pas figé », del 22 aprile 2025
    ↩︎
  5. Vedi https://www.coe.int/fr/web/culture-and-heritage/faro-convention ↩︎
  6. Si veda Th. Mouzard, « Le patrimoine culturel immatériel et son double : les pratiques sociales au prisme de l’Inventaire participatif national (France) », Journal of the Institute of Arts and Cultural Studies, Latvian Academy of Culture, vol. 28, 2025. ↩︎
  7. Th. Mouzard nell’articolo « Le PCI est un patrimoine dynamique, vivant, qui n’est pas figé », op. cit. ↩︎
  8. Si veda J. Csergo e J. Roda, «Le patrimoine culturel immatériel en tension(s)», Sociétés & Représentations, n. 60, 2025. ↩︎
  9. Iscritto nel 2009 nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO, il maloya è al tempo stesso una forma musicale, un canto e una danza propri dell’isola della Riunione [NdR]. ↩︎
  10. Riprendo qui il giudizio formulato da J. Csergo e J. Roda sulla diversità culturale, in « Le patrimoine culturel immatériel en tension(s) », op. cit. ↩︎
  11. Si veda https://www.coe.int/fr/web/culture-and-heritage/faro-community. ↩︎
  12. Vedi https://modal-media.com/tribune-lurgence-democratique-du-patrimoine/ ↩︎
  13. Vedi https://modal-media.com/appel-de-villeurbanne/ ↩︎
  14. Vedi https://www.coe.int/fr/web/new-democratic-pact-for-europe/ ↩︎

La rete francofona di Faro: principi e primi passi

La riunione della Rete Faro Italia si è tenuta a L’Aquila e online dal 24 al 26 ottobre 2025. È stata organizzata in collaborazione con la Direzione della Cultura del Consiglio d’Europa e la sede aquilana del CNR ITC. Venerdì 24 ottobre 2025 si è svolto l’incontro “Reti di Comunità Patrimoniali Europee: esperienze a confronto” con una tavola rotonda su “Il patrimonio culturale immateriale e la Convenzione di Faro“.

L’oggetto di questo articolo è rendere conto dell’organizzazione della rete francofona di Faro, collegando i principi della Convenzione di Faro con l’organizzazione della rete.

Incontro di Clermont Ferrand, maggio 2025

Contesto della rete francofona di Faro

La rete francofona di Faro si sviluppa in un contesto particolare che la distingue dalle altre reti europee. A differenza della rete italiana che ha beneficiato al suo lancio del sostegno di un ufficio del Consiglio d’Europa, o della rete spagnola che può appoggiarsi al Ministero della Cultura, la rete francofona non dispone di queste risorse istituzionali.

Questa situazione si spiega con il fatto che la Francia non ha né firmato né ratificato la Convenzione di Faro, il che limita considerevolmente le possibilità di sostegno ufficiale. Beneficia per il suo lancio dell’appoggio del Consiglio d’Europa.

In questo contesto, la rete francofona ha sviluppato un approccio originale, fondato sull’autonomia, la cooperazione e l’impegno volontario dei suoi membri. Questa specificità ha plasmato la sua organizzazione e i suoi modi di funzionamento, privilegiando una struttura decentralizzata, cooperativa e informale.

Incontro di Clermont Ferrand, maggio 2025

Obiettivi della rete francofona

La rete francofona di Faro persegue diversi obiettivi complementari che mirano a promuovere e attuare i principi della Convenzione nello spazio francofono:

Una rete francofona aperta: La rete è uno spazio in lingua francese aperto a tutte le persone che parlano francese, senza restrizioni geografiche. Questa dimensione linguistica permette di riunire attori di diversi paesi e territori francofoni attorno alla Convenzione di Faro.

Sviluppo delle relazioni e cooperazioni: La rete contribuisce ad aumentare le opportunità di relazioni tra i suoi membri: cooperazioni concrete, incontri regolari, inviti incrociati tra le diverse persone. Questi scambi facilitano la circolazione di idee, esperienze, problematiche e pratiche.

Visibilità della Convenzione in Francia: Un obiettivo prioritario consiste nel rafforzare la visibilità della Convenzione di Faro in Francia. In assenza di ratifica ufficiale, è essenziale far conoscere i principi e le potenzialità di questa Convenzione presso le istituzioni, gli eletti e la società in generale.

Accesso alle risorse in francese: La rete facilita l’accesso alle risorse esistenti sull’interpretazione e l’applicazione della Convenzione di Faro in lingua francese: articoli scientifici, racconti di esperienze europee, contenuti pedagogici, tribune. Questa condivisione delle risorse permette a ciascun membro di dialogare più facilmente sui principi e le iniziative di Faro.

Trasmissione delle conoscenze e del know-how: La rete favorisce la trasmissione di conoscenze e know-how sull’interpretazione e l’applicazione della Convenzione di Faro. Ciò avviene attraverso formazioni, accompagnamenti personalizzati, nonché attraverso l’integrazione di Faro nei percorsi universitari.

Incontro di Villeurbanne, otobre 2025

Principi fondatori della rete

L’organizzazione della rete francofona si basa su principi che si ispirano alla Convenzione di Faro e strutturano un funzionamento voluto come democratico, aperto e cooperativo:

Decentralizzazione: La rete adotta una logica cooperativa con gruppi di lavoro autonomi e autoorganizzati. Questa decentralizzazione permette a ciascun gruppo di agire secondo le proprie problematiche specifiche rimanendo collegato all’insieme della rete. Non c’è un centro decisionale unico, ma una molteplicità di iniziative coordinate.

Apertura: La rete è aperta a persone fisiche e giuridiche di ogni natura: comunità patrimoniali, istituzioni culturali, universitari, eletti locali, artisti, imprese, reti nazionali. Questa diversità di attori arricchisce le prospettive e gli approcci al patrimonio culturale.

Auto-organizzazione: La rete funziona in modo informale. L’approccio di partecipazione è libero, volontario, contributivo e costruttivo. La rete si definisce essa stessa come uno spazio “senza potere, senza denaro, senza medaglie e senza privilegi”.

Cooperazione: Il piano d’azione annuale risulta dalla somma delle azioni individuali dei membri, dalle loro cooperazioni locali e dalle azioni collettive decise collettivamente durante l’incontro annuale della rete (approccio bottom-up).

Apprendimento collettivo: La rete funziona in una logica di scambio di conoscenze e know-how sull’applicazione e l’interpretazione della Convenzione di Faro. Ogni membro apporta le proprie conoscenze, problematiche ed esperienze, creando così un’intelligenza collettiva al servizio di tutti.

Solidarietà: La partecipazione delle comunità patrimoniali agli incontri della rete è sostenuta da fondi pubblici (spese di viaggio e alloggio). Questo principio di solidarietà garantisce che i vincoli finanziari non costituiscano un ostacolo alla partecipazione, in particolare per le comunità patrimoniali e gli attori associativi.

Incontro di Villeurbanne, ottobre 2025

Processo di partecipazione

Il processo di adesione alla rete francofona di Faro riflette il suo carattere aperto e organico. Le persone possono partecipare alla rete a titolo personale o professionale, secondo i loro interessi e impegni. I membri sono definiti come coloro che partecipano attivamente alle azioni del Piano d’azione Faro.

Esistono due vie principali per unirsi alla rete:

  • Su invito di un partecipante attuale in una logica di cooptazione con un accompagnamento iniziale.
  • Di propria iniziativa, incontrando un membro della rete francofona di Faro durante un evento o un’attività, permettendo così un’inclusione in piena consapevolezza.

Questa flessibilità nel processo di adesione favorisce una crescita organica della rete, mantenendo al contempo una certa coesione grazie al legame personale con un membro esistente.

Incontro di Nantes, giugno 2025

Composizione della rete

La rete francofona di Faro si caratterizza per la grande diversità dei suoi membri, riflettendo così la visione inclusiva della Convenzione. Questa diversità di persone arricchisce le prospettive e permette un approccio cooperativo.

Reti nazionali: Tra i membri figurano reti nazionali come l’Association des centres culturels de rencontre (ACCR) e la Fédération des associations de musiques et danses traditionnelles (FAMDT). Queste reti apportano una dimensione strutturale e permettono di raggiungere un gran numero di attori culturali.

Collettività territoriali: Collettività territoriali partecipano attivamente alla rete, in particolare la regione Nouvelle-Aquitaine, la città di Nantes, la metropoli di Rouen. Questi attori pubblici svolgono un ruolo essenziale nell’ancoraggio territoriale della Convenzione e nella sua legittimità istituzionale.

Cooperative: Cooperative come Les oiseaux de passage, Ekitour o Graines de Liberté apportano una dimensione imprenditoriale e sociale alla rete, dimostrando che i principi di Faro possono incarnarsi in modelli economici alternativi.

Membri individuali: Infine, la rete accoglie membri individuali: artisti, pensionati, giornalisti, studenti. Questa categoria illustra il carattere aperto della rete e la possibilità per qualsiasi persona di impegnarsi.

Incontro di Clermont Ferrand, maggio 2025

Organizzazione in gruppi di lavoro

Il funzionamento decentralizzato della rete si traduce nell’esistenza di diversi gruppi di lavoro tematici, ciascuno dei quali gode di autonomia nella propria organizzazione e nelle proprie attività. Questi gruppi costituiscono la parte operativa della rete e permettono un’azione concreta su diversi aspetti della Convenzione di Faro.

La rete ha definito un tema nazionale prioritario: le condizioni di esercizio della responsabilità patrimoniale condivisa tra comunità e istituzioni patrimoniali. Questa questione centrale esplora le modalità concrete di “responsabilità condivisa” del patrimonio. Ha come quadro di riferimento l’articolo 7 della Convenzione di Faro su “patrimonio culturale e dialogo”.

Gruppo universitario: Questo gruppo lavora sull’integrazione della Convenzione di Faro nei curricula universitari. L’obiettivo è condividere gli insegnamenti esistenti su Faro e rafforzare la formazione ai principi di Faro fin dalle formazioni iniziali.

Gruppo sulle regole di funzionamento: Questo gruppo riflette sulle modalità di organizzazione e governance della rete francofona di Faro.

Comitato di lettura del portale MODAL: Questo comitato contribuisce alla coerenza degli articoli proposti per la pubblicazione sul portale MODAL nonché alla qualità e pertinenza dei contenuti diffusi in relazione alla Convenzione di Faro.

Gruppo di organizzazione dell’incontro annuale: Questo gruppo si forma ogni anno per preparare l’incontro annuale della rete, momento privilegiato di scambi, decisioni collettive e consolidamento dei legami tra i membri.

Gruppo per l’appello nazionale alla ratifica: Questo gruppo conduce una campagna nazionale per incoraggiare la ratifica della Convenzione di Faro da parte della Francia. Ha già riunito 250 persone e organizzazioni attorno a una tribuna pubblicata nel 2024 in occasione delle JEP, testimoniando un ampio sostegno a questa iniziativa.

Incontro di Villeurbanne, maggio 2025

Coordinamento della rete

Il gruppo di coordinamento ha il compito di animare e coordinare la rete, rispettando al contempo il suo carattere decentralizzato e non gerarchico. La sua composizione e il suo funzionamento riflettono i principi democratici della rete.

Misto: Il gruppo di coordinamento è composto in modo paritario con due membri provenienti da comunità patrimoniali, due membri rappresentanti istituzioni locali e un rappresentante del Consiglio d’Europa. Questa composizione garantisce un equilibrio tra le diverse prospettive ed evita qualsiasi dominazione di un tipo di attore.

Aperto: Il gruppo è aperto alla partecipazione di membri della rete in funzione dei temi di lavoro affrontati. Questa flessibilità permette di integrare puntualmente membri della rete secondo le problematiche.

Al servizio della rete: Il gruppo di coordinamento è al servizio della rete e non viceversa. I membri della rete possono presentargli proposte di azioni o progetti, che il gruppo aiuta a realizzare o a diffondere.

Autoorganizzato: Il gruppo si autoorganizza e si riunisce trimestralmente per seguire le attività della rete, coordinare le iniziative e preparare gli eventi. Rende conto regolarmente delle sue attività all’insieme dei membri, garantendo così la trasparenza della sua azione.

Incontro di Nantes, maggio 2024

Strumenti e risorse della rete

La rete francofona si è dotata di diversi strumenti per facilitare la diffusione delle conoscenze, la comunicazione tra membri e l’organizzazione delle attività.

Portale risorse Faro: Il portale MODAL (https://modal-media.com/dossiers/faro/) della FAMDT centralizza in un dossier speciale “Faro” articoli sull’applicazione e l’interpretazione della Convenzione di Faro. Questi articoli possono essere proposti dai membri della rete o essere traduzioni di articoli provenienti dalla rete europea. Questo portale costituisce una base di conoscenze accessibile a tutti.

Libretto Faro: Un libretto pratico online (https://padlet.com/numbpresenceservices/livret-pratique-les-valeurs-des-patrimoines-pour-la-soci-t-deevwl2crf6wmewn), prodotto nell’ambito di una formazione-azione dell’ACCR con la SCIC Les oiseaux de passage, propone diverse risorse: una FAQ su Faro, un glossario dei termini specifici, esempi di applicazioni concrete, una bibliografia, micromoduli di formazione e un elenco di facilitatori. Questo libretto costituisce uno strumento pedagogico per i nuovi membri.

Strumenti di comunicazione: La rete utilizza diversi canali di comunicazione adattati a differenti esigenze. Una framalista permette di seguire le attività della rete e di diffondere le informazioni importanti. Un gruppo WhatsApp, che conta 87 persone, facilita gli scambi rapidi e il coordinamento tra membri attivi nell’attuazione delle attività.

Incontro annuale: L’incontro annuale della rete si tiene su invito di uno dei membri, generalmente in occasione di un evento che organizza. Questa formula permette di scoprire diversi territori e iniziative, mutualizzando al contempo le risorse logistiche. L’incontro annuale è un momento chiave per le decisioni collettive e il rinnovo degli impegni.

Azioni in corso e prospettive

La rete francofona di Faro sviluppa attualmente diverse iniziative.

Appello nazionale per l’adesione ai principi di Faro: Un appello nazionale mira a incoraggiare i comuni, le istituzioni patrimoniali, le cooperative e altri attori ad aderire ai principi della Convenzione di Faro. Questa iniziativa mira a creare una massa critica di attori impegnati, potendo così influenzare le politiche pubbliche e incoraggiare una ratifica ufficiale della Convenzione da parte della Francia.

Rivista speciale “Faro”: Un progetto di edizione di una rivista speciale “Faro” è in preparazione, sul modello europeo di “People, Places and Stories”. Questa pubblicazione permetterà di valorizzare le esperienze francofone di applicazione della Convenzione e di mostrare la diversità degli approcci partecipativi al patrimonio nonché di condividere le questioni politiche sollevate dalla Convenzione di Faro.

Prima visita incrociata di valutazione: Una prima visita incrociata di valutazione tra pari (peer-to-peer) è stata realizzata, sul modello sviluppato a livello europeo. Questa iniziativa permetterà ai membri della rete di condividere le loro esperienze, scambiare sulle loro pratiche e beneficiare di uno sguardo esterno costruttivo sulle loro problematiche. Queste visite incrociate costituiscono uno strumento di apprendimento reciproco e di messa in relazione a partire dal contesto di ciascuna persona.

Incontro di Parrigi, maggio 2023

Appello per delle assise marsigliesi dell’ospitalità?

Dal 2008, veneziani e marsigliesi cooperano sul futuro delle loro città, del loro quadro di vita, delle loro culture e delle loro comunità patrimoniali. Pubblichiamo l’appello a delle assise marsigliesi dell’ospitalità dei nostri amici et amiche marsigliesi.

Perché abbiamo organizzato nel 2019 una passeggiata patrimoniale sull’ospitalità a Venezia all’incontro delle persone, dei luoghi e delle storie di ospitalità delle altre persone di passaggio a Venezia: la città contava allora più di 70.000 posti letto per i turisti e meno di 3.000 per le altre persone di passaggio: studenti, artisti, lavoratori, ….

Perché con l’introduzione della tassa di sbarco, Venezia sarà la prima città al mondo a contare con precisione queste altre persone di passaggio: il regolamento comunale prevede 29 eccezioni.

Perché una città non è fatta solo di residenti e turisti, soprattutto una città portuale. Dimenticarlo significa ipotecare il suo futuro: Venezia ospitale?

Appello per delle assise marsigliesi dell’ospitalità

Nel momento in cui Marsiglia, membro dell’associazione nazionale delle città e territori accoglienti, recupera la competenza turistica, chiediamo al sindaco di fare di Marsiglia una « città ospitale ».

Secondo la leggenda, la fondazione della città di Marsiglia è il frutto di un gesto di ospitalità verso uno straniero: venuti dalla lontana Focea, Prôtis e i suoi marinai sbarcano su una riva popolata da tribù celto-liguri. Piuttosto che cacciare gli sconosciuti, re Nann li invita al banchetto di nozze di sua figlia. La principessa Gyptis, offrendo una coppa d’acqua al marinaio greco, designa il suo futuro sposo con un gesto universale dell’atto di accoglienza: il dono dell’acqua. Come contro-dono, Prôtis proclamò l’alleanza dei Focesi e della tribù dei Segobrigi e fondò la città di Massalia.

L’ospitalità è così un’arte ancestrale che ha il potere di trasformare lo straniero in ospite, alleato, amico. In cambio, sarete ricevuti da lui, dai suoi parenti e dai suoi discendenti. Valore faro del mondo antico condiviso da tutte le civiltà, l’ospitalità tesse legami sociali forti e sostenibili, condizioni di pace e di scambi. Oggi come ieri, Marsiglia offre il quadro ideale a questo bel progetto di società, tanto la città-porto è sinonimo di passaggi e di accoglienza.

Viaggiatore, lavoratrici, esuli hanno trovato rifugio a Marsiglia nel corso dei secoli. Il ruolo di Marsiglia nell’impero coloniale ha partecipato allo sviluppo del turismo nascente nel XIX e XX secolo. Nel 1906 i suoi 500.000 abitanti accolgono quasi 2 milioni di visitatori per l’esposizione coloniale. Negli anni ’70, il «triangolo d’oro» di Belsunce contava più di 400 negozi e alberghi nei quali soggiornavano fino a 700.000 persone di passaggio all’anno venute del Magreb e dell’Europa a scoprire la città e fare affari. Questa storia turistica ha continuato a seguire il suo corso, fino allo sviluppo di una nuova attrattiva della città con la Capitale Europea della Cultura 2013.

Questa politica di attrattiva fa sì che un numero crescente di persone soggiorni a Marsiglia per un tempo più o meno lungo: turisti nazionali e internazionali e tifosi sportivi ovviamente, ma anche persone venute sul posto per studiare, lavorare, formarsi, come apprendisti, come futuri medici, in residenza artistica, per un riparo, in transito per stabilirsi, senzatetto, accompagnando il loro vicino (parente ?) ricoverato e molti altri. Tutti hanno in comune il bisogno di essere accolti in modo dignitoso e non tutti beneficiano dello stesso trattamento.

La scelta di distinguere l’accoglienza dei turisti, cioè a quelli che viaggiano senza cercare sul posto un lavoro, l’assistenza o una residenza, pone un certo numero di questioni in termini di giustizia sociale.

Questa politica è anche localmente fonte di preoccupazione fondiaria (inflazione dei prezzi degli immobili), professionale (grandi dimissioni e uberizzazione), sanitaria (inquinamento legato ai trasporti) ed ecologica (consumo di risorse naturali limitate, gas a effetto serra), che non possono rimanere senza risposta.

Le strategie di un turismo a quattro stagioni, di reindirizzamento dei flussi, di quota, di upselling e di labelizzazione ecologica hanno già mostrato i loro limiti in altre destinazioni, se non addirittura i loro effetti controproducenti.

Diventata «Hospitality», cioè commercializzazione del rapporto tra gli ospiti, l’ospitalità deve essere ripensata in conformità con le sfide ecologiche, la vitalità dell’economia locale, e nel rispetto della salute e dell’ambiente di vita delle marsigliesi e di tutte le persone di passaggio.

Come rimanere ospitali per tutte le persone di passaggio a Marsiglia?

Questa sfida vi proponiamo di raccoglierla insieme creando le Assisi dell’ospitalità.
Mentre il comune ha recuperato la competenza “turismo” e promuove uno sviluppo sostenibile di questo settore, una coalizione di organizzazioni della società civile locale (cooperative, associazioni, collettivi cittadini e professionisti) chiede al Sindaco di Marsiglia Benoit Payan, di organizzare prossimamente delle Assisi marsigliesi dell’ospitalità prendendo in considerazione tutte le persone accolte e accoglienti a Marsiglia per fare il punto sulla situazione e pensare insieme una Marsiglia ospitale.

È una sfida di transizione ecologica (un’accoglienza meno inquinante e più
locale) e di umanità (un’accoglienza degna).

Traduzione in italiano Prosper Wanner e Adriano Devita. Immagine Hôtel du Nord e Stéphanie Nava, Bel vedere.

Passeggiata patrimoniale sull’ospitalità a Venezia.

Un club sportivo può invitare delle famiglie di un altro club ad una gara sportiva durante un week-end a Venezia? Un artigiano può programmare una formazione su qualche giorni? Un artista può progettare una residenza artistica? Un residente può organizzare una festa? Una università può pianificare un workshop di due giorni? Una personna può arrivare il giorno prima di una visita in ospedale, un colloquio amministrativo o un appuntamento giudiziario? Un lavoratore stagionale o un stagista può trovare un alloggio?

Una domanda comune per chi vive, lavora o viaggia in una città. Una domanda fondamentale per chi ha un’attività economica o sociale. Una domanda banale per una capitale regionale. Una domanda al riguardo della libertà di circolazione che è un diritto umano per chiunque. Continua a leggere

Esperienze di applicazione della Convenzione di Faro

Per un patrimonio europeo vivo, oggetto di dibattito e come responsabilità condivisa

La Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore sociale del patrimonio culturale – la cosiddetta Convenzione di Faro – è stata adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 13 ottobre 2005 ed è entrata in vigore il primo giugno 2011. È stata ratificata da diciassette Stati membri e firmata da altri sei.

Il Piano d’Azione Faro è stato predisposto dal Consiglio d’Europa come meccanismo di monitoraggio della Convenzione quadro e mira a far comprendere la ricchezza e la novità dei suoi principi, a proporre percorsi di interpretazione adeguati alle attuali  sfide sociali, a introdurre punti di riferimento comuni e a creare meccanismi e strumenti che incoraggino le iniziative ispirate ai principi di Faro. Privilegia un approccio di tipo “ricerca azione” che punta a integrare i vari soggetti coinvolti e ad appoggiarsi sui risultati delle loro speci che esperienze. In questo contesto, la Rete della Convenzione di Faro riunisce su scala paneuropea esponenti della società civile, della pubblica amministrazione o rappresentanti eletti che, sotto l’egida del Consiglio d’Europa, si scambiano informazioni sulla fruizione del patrimonio culturale come fonte e risorsa delle azioni innovative che ciascuno di essi intraprendea livello locale in risposta alle molteplici crisi che ben conosciamo: crisi della rappresentanza politica, crisi del modello economico e crisi  della coesione sociale di fronte alle migrazioni. La Convenzione di Faro è il loro quadro di riferimento comune.

La rete è attualmente composta da una ventina di persone identicate dal Consiglio d’Europa come “mediatori” e “facilitatori” per la loro capacità di far cooperare localmente una serie di soggetti attorno a processi patrimoniali inclusivi e rispettosi della dignità di ciascuno. Come e perché una convenzione europea che non apporta “né gloria, né potere, né denaro” ha maggiore importanza a livello locale che a livello nazionale o europeo?

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L’Arsenale, 18 mesi di percorso Faro.

4 anni fa, nel febbraio 2014, ha iniziato un percorso sperimentale per l’applicazione della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, allora conosciuta come “Convenzione di Faro” e appena firmata dall’Italia, come quadro di riferimento nel processo di riconversione dell’Arsenale di Venezia.

Questa convenzione innovativa riconosce una responsabilità individuale e collettiva nei confronti del patrimonio culturale e promuove la sua conservazione ed il
 suo uso sostenibile nell’obiettivo dello sviluppo umano e della qualità della vita.

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L’Arsenale era diventato un anno prima, cioè 5 anni fa, proprietà del Comune di Venezia grazie in gran parte all’azione delle associazioni riunite all’interno del Forum Futuro Arsenale. La decisione dell’ufficio Arsenale del comune di Venezia, del Forum Futuro Arsenale e di Faro Venezia di riferirsi alla Convenzione di Faro come quadro comune è stata uno dei risultati della partecipazione nel 2013 di una delegazione veneziana al Forum Europeo di Marsiglia sul valore del patrimonio culturale per la società.

La delegazione veneziana, invitata dall’associazione Faro Venezia, era composta da un rappresentante dal Forum Futuro Arsenale, uno dal Comune di Venezia, uno dell’associazione Venti di cultura e uno di Faro Venezia. Hanno durante tre giorni partecipato alle discussione intorno al processo di applicazione della Convenzione di Faro al processo di riconversione del Nord di Marsiglia che ho coordinato insieme ad altre persone.

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Questo articolo vuole rendere conto, in modo sintetico e personale, di quello che è stato possibile di realizzare durante questi 18 mesi, prima dell’elezione del nuovo sindaco e della sua decisione di chiudere l’ufficio Arsenale.  Non rende conto dell’insieme del lavoro dell’ufficio Arsenale ma solo dalla parte riguardante l’uso della Convenzione di Faro. Altri processi sono stati realizzati sul fronte della pianificazione, della partecipazione o della manutenzione dell’Arsenale da quest’ufficio da tre persone. Continua a leggere

Fare Faro a Forlì – 15 e 16 ottobre 2016

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#FareFaro è un’iniziativa che prende le mosse dalla Convenzione di Faro e delle altre iniziative di Faro come Faro Venezia, Hidden City a Pilsen (Republica Tcheca) o Hotel du Nord a Marsiglia.

A Forlì #FareFaro intende promuovere la nascita di Comunità patrimoniali partecipate da persone, associazioni o altri Enti per valorizzare luoghi e beni della città del ‘900.

È per questo che il Comune di Forlì insieme ad #AutriumRoute promuove due giornate di eventi che hanno come comune denominatore l’eredità cultura come bene comune.
Non perdere Fare Faro a Forlì, sabato15 e domenica 16 ottobre.

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24/25 settembre 2016: 23 eventi per passeggiare in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio.

locandina-passeggiate-patrimonialiIn occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2016 sul tema #Culturaèparticipazione, 23 eventi – mostre, passeggiate patrimoniale, visite – sono aperte alla cittadinenza su una proposta originale di Faro Venezia all’Ufficio del Consiglio d’Europa di Venezia.

In previsione di queste giornate, fine 2015, Faro Venezia ha proposto all’Ufficio del Consiglio d’Europa di Venezia di avviare un Corso di formazione alla creazione di passeggiate patrimoniali (ideazione, progettazione, realizzazione) aperti alla cittadinenza, ispirandosi dall’esperienza delle “Scuole degli Ospiti” di Marsiglia e Pilsen.

L’edizione #GEP2016, per iniziativa del Consiglio d’Europa, è dedicata al tema della partecipazione al patrimonio nella direzione tracciata sin dal 2005 dalla Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, nota come Convenzione di Faro, di cui si auspica una prossima ratifica da parte del nostro Parlamento.

A Venezia numerosi cittadini  sono impegnati a fare vivere dei beni comuni che raccontano e mantengono una qualità e un quadro di vita unici: un edificio, una pratica sportiva o culturale, uno spazio pubblico, un sapere, ecc. Lo fanno perché questi beni comuni e le comunità che li mantengono vivi sono minacciati dallo spopolamento della città, da progetti immobiliari, dalla privatizzazione o dalla latitanza di strategie pubbliche o private indirizzate al bene per la comunità.

Faro Venezia ha proposto di organizzare, insieme ai cittadini veneziani,  una serie di Passeggiate patrimoniali per illustrare la vivacità, le problematiche e le speranze  delle Comunità patrimoniali veneziane impegnate nella difesa dei beni comuni basilari che rischiano l’oblio.

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L’ufficio del Consiglio d’Europa a Venezia ha organizzato una seria di incontri invitando diverse realtà locale attive sulla Convenzione di Faro e due giornate di formazione sulle Passeggiate patrimoniale alle quale ha partecipato una ventinna di personne di Venezia e altre città d’Italia.

In fine, 23 eventi sono programmati a Venezia e in altre città d’Italia attive sulla Convenzione di Faro. Venezia accogliera due giorni prima un workshop internazionale sulla Convenzione di Faro con 12 paesi rappresentati.


Programma

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Passeggiate patrimoniale a Cervia: RACCONTARE IL MARE: STORIE DI IERI E DI OGGI

Sabato 7 maggio, ore 16.30, partirà dalla Torre San Michele una passeggiata patrimoniale nel mondo dei marinai e dei pescatori di Cervia a cura dell’Ecomuseo del Sale e del Mare di Cervia. Una via, per scoprire la storia di queste famiglie mentre si respirano l’aria del mare, gli odori del pesce appena pescato, delle cozze da pulire e delle reti che asciugano al sole. Questa passeggiata patrimoniale è organizzata nell’ambito della 572^ edizione del Sposalizio del Mare che si ripropone a Cervia dal 1445.
Un mese fà, l’Ecomuseo del Sale e del Mare di Cervia ha invitato Faro Venezia a presentare  l’esperienza delle Passeggiate patrimoniali in Europa e particolarmente a Venezia (a cura di Prosper Wanner, membro del’associazione Faro Venezia).

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Proposte per una politica pubblica patrimoniale in favore del diritto al patrimonio culturale.

Il 27 febbraio 2016 sarà il terzo compleanno della firma della Convenzione di Faro da parte dell’Italia. E la prima convenzione internazionale sul patrimonio culturale che pone la domanda: per quale ragione e a favore di chi occorre valorizzare il patrimonio culturale?

Se la convenzione suscita sempre più interesse da parte dei cittadini così come dalla pubblica amministrazione, il passaggio dall’adesione ai principi enunciati alla loro applicazione è più raro. Faro Venezia, membro della Comunità di Faro, promossa da Consiglio d’Europa, suggerisce alcune proposte. Esse tracciano quella che potrebbe essere una politica pubblica patrimoniale in favore del diritto al patrimonio culturale (versione completa delle proposte: FaroVe – Proposte Feb16).

Come passare della logica di una politica culturale centrata su “l’offerta culturale” e “i pubblici” a quella di un ascolto della domanda sociale? Quale ripartizione delle competenze, delle responsabilità e delle azioni in materia di patrimonio culturale tra lo Stato, le collettività territoriali e i cittadini? Di che quadro di riferimento pubblico potrebbe dotarsi una “fabbrica patrimoniale cittadina”?

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Salviamo La Maryvonne! Il trabaccolo veneziano dall’altra parte del mondo

Questo articolo “Salviamo La Maryvonne! Il trabaccolo veneziano dall’altra parte del mondo” è stato pubblicato nella rivista Lagunamare di febbraio 2016.

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Una barca tradizionale veneziana era mezza abbandonata sui fondali della «fondamenta dei pescatori» a Nouméa, dall’altra parte del mondo nella Nuova Caledonia. Dopo esser stata affondata il 20 settembre 2015, La Maryvonne è tornata finalmente in superficie dopo un’operazione delicata. Il suo proprietario e i membri dell’associazione “Gli amici della Maryvonne” hanno intenzione di ridargli la sua bellezza d’origine tramite una scuola cantieristica per giovani. Chiedono aiuto per salvare questa barca, riconosciuta da poco in Francia come patrimonio culturale, e ridargli una nuova vita. Continua a leggere

Non solo Acqua. Venezia e Marsiglia, future capitali europee della cultura.

Marsiglia e Venezia competono per diventare la futura capitale culturale d’Europa. Rivendicano la loro condizione storica di luoghi d’incrocio di civiltà e dei movimenti culturali, condizione che ha portato queste due città a cercare una continua sintesi tra l’accoglienza e l’integrazione nel solco di un perenne dialogo tra le culture dell’Oriente e dell’Occidente. Fondate così sull’alleanza tra popolazione locale e immigrati, hanno saputo trovare in se nuovi equilibri.

Quali sono le ragioni di questi discorsi ufficiali? E che cosa significano oggi?
La somiglianza tra le due città è forte.

Già a livello storico, Marsiglia e Venezia sono le due città d’Europa ad avere beneficiato a lungo del privilegio – privata lex – del commercio verso l’Est con l’impero bizantino e poi con l’impero ottomano. Il Crisobolla, firmato nel 1084 dall’imperatore bizantino Alessio Comneno, favorisce Venezia sul commercio mediterraneo. Venezia conserva tale privilegio fino al XVII secolo, in gran parte in seguito al saccheggio di Costantinopoli, ottenuto quale contributo per l’aiuto durante la quarta crociata.

Poi le Capitolazioni firmate nel 1536 tra Francesco Primo e Solimano il Magnifico favoriscono i commercianti francesi sotto l’amministrazione della camera di commercio di Marsiglia. Largamente ispirate ai privilegi accordati a Venezia, le Capitolazioni permettono a Marsiglia di dominare il commercio ufficiale nel Mediterraneo fino alla rivoluzione francese.

Marsiglia e Venezia si sviluppano entrambe come “città porto”, immensi depositi di merci, con i loro canali, i loro carretti e i loro capannoni, una sorta di caravanserraglio. Le difese naturali del luogo, la laguna a Venezia, l’anfiteatro roccioso per Marsiglia, fondano la localizzazione dei porti.

Istanbul invece ne assicura il dinamismo economico e politico soprattutto quando Venezia e Marsiglia sanno dialogare con gli altri grandi porti del mediterraneo.

In seguito, nel XIX secolo, entrambe le città sono interessate da un’evoluzione industriale. Sulle terre inizialmente occupate da ricchi palazzi, il “porto fabbrica” disegna una nuova città fatta di case operaie, di fabbriche cattedrali e di vie di trasporto. L’isola della Giudecca e i quartieri a Nord di Marsiglia, allora quasi deserti, conoscono uno sviluppo importante. Questo periodo dura più di un secolo, per arrestarsi improvvisamente. Il centro di Venezia allora perde in venti anni un terzo della sua popolazione, passando da 100.000 abitanti a 75.000 alla fine del secolo. Marsiglia perde quasi 150.000 abitanti e 50.000 posti di lavoro. Poi due nuovi porti emergono nel XX secolo. “Il porto petrolchimico” a Porto Marghera e Fos XXL.

Marsiglia tratta 100 milioni di tonnellate di merce di cui il 60% idrocarburi, il che ne fa il primo porto del Mediterraneo. Lo sviluppo di questi nuovi porti lontani dal centro della città accentua la pressione sull’ambiente naturale, già fragile. Le Calanques di Marsiglia e la Laguna di Venezia occupano rispettivamente la metà della superficie dei due comuni. Quanto al “porto turistico”, occupando i posti lasciati liberi dal “porto fabbrica”, accoglie sempre più navi da crociera. In dieci anni, Marsiglia ha moltiplicato per trenta il numero dei passeggeri (360.000 nel 2005). Nello stesso periodo, Venezia é passata da meno di mezzo milione di passeggeri a più di 1,4 milioni (2006). Nel 2007, Venezia ha accolto più di venti milioni di turisti e l’accesso allo spazio pubblico diviene un motivo di conflitto.

Come nel resto del Mediterraneo la gestione delle rissorse culturali diviene una fonte crescente di conflitti. La crescita del valore economico del patrimonio – turismo, economia dell’immateriale – e l’indebolimento dell’intervento pubblico (controllo delle spese pubbliche) favoriscono le logiche di privatizzazione. Attraverso le loro candidature, Marsiglia e Venezia affermano la dimensione conflittuale del patrimonio come fonte di dialogo, di creazione di ricchezza e di possibili nuovi equilibri. Ma benché abbiano saputo dialogare con gli altri grandi porti del Mediterraneo e creare durevoli istituzioni commerciali, hanno difficoltà oggi a ritrovare il dialogo all’interno della città. Un veneziano del centro si reca raramente alla Giudecca, quasi mai a Porto Marghera ed evita San Marco. I conflitti d’interesse si accrescono mentre gli interessi in comune non vengono evidenziati.

L’iniziativa del dialogo tra le diverse istanze per il momento è portata avanti da movimenti cittadini preoccupati del futuro della loro città e del posto che vi occuperanno. Una ricerca di riappropriazione della gestione del patrimonio che mostra la volontà di reinventare il proprio futuro. Il patrimonio diviene così uno strumento per ricostruire un rapporto con la città e il suo avvenire sociale, economico e culturale.

A Marsiglia, fin dal 1994, il programma europeo di patrimonio integrato passa dal cuore dei quartieri Nord, perchè la riconversione in corso non avvenga a svantaggio del patrimonio presente e di quelli che vi abitano, ultimi testimoni dell’avventura industriale. Il programma vede riuniti attorno alla “valletta dei carmi” una conservatrice del patrimonio e una quarantina di istituzioni: collettivi d’abitanti, parrocchie, imprese, artisti.

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Per le giornate europee del patrimonio, si organizza per la quarta volta una passeggiata patrimoniale per scoprire il patrimonio presente e incontrare chi lo mantiene in vita. 400 persone hanno partecipato a quella del 2007. A ottobre del 2008 sarà inaugurato il “sapone della valletta dei carmi”, testimonianza dell’attività sostenibile dell’ultimo saponificio in questi quartieri e anticipazione dell’apertura di una “fabbrica museo”. Questo processo dovrebbe continuare con la creazione, a breve, di una fondazione che faccia emergere modalità di dialogo tra pubblico e privato nella gestione delle politiche patrimoniali, in favore di una partecipazione attiva dei residenti. I luoghi oggetto di queste sperimentazioni saranno i siti carmelitani nel Mediterraneo con primo obiettivo la gestione cooperativa, dal 2013, dell’unico monumento storico iscritto e classificato dei quartieri Nord: la grotta dei carmi e la sua valle.

A Venezia, una prima esperienza di passeggiata patrimoniale si è recentemente svolta in occasione delle giornate europee del patrimonio, grazie all’impegno del movimento di cittadini 40xVenezia. Il Molino Stucky, enorme molino, simbolo di questa epoca industriale, ristrutturato in albergo di lusso, centro congressi e residenze, è stato il centro della passeggiata. Un luogo che secondo il sindaco simbolizza la città “possibile” capace di combinare in sè memoria e innovazione. L’obiettivo è incontrare “altre” persone che raccontino la loro interpretazione del patrimonio presente e della sua riconversione in atto affinché ciascuno si riappropri del patrimonio presente. Questa preoccupazione è condivisa dal Consiglio dell’Europa che fa fatica a fare emergere un diritto individuale al patrimonio culturale. Questo diritto eleva ciascuno dallo status di beneficiario del patrimonio a quella di avente diritto: diritto a partecipare alla sua individuazione come alla sua interpretazione o alla sua valorizzazione. Questo diritto farà inevitabilmente emergere conflitti patrimoniali, conflitti d’uso, d’interpretazione, di valorizzazione o di metodo di conservazione.

La dimensione individuale di questo diritto permetterà però una gestione dei conflitti che tenga conto di tutte le dimensioni del patrimonio, culturale, etica, ecologica, sociale o politica, inscrivendosi di fatto nella prospettiva della prevenzione dei conflitti e dello sviluppo sostenibile.

Poiché l’affermazione di questo diritto richiede agli Stati di perdere il monopolio in materia di politiche patrimoniali e alle imprese di cogestire la risorsa patrimoniale, è difficile che ciò avvenga in breve tempo. Oggi, solamente 3 Stati su 47 hanno ratificato la convenzione “di Faro” che sancisce questo diritto.

Le passeggiate patrimoniali sono una prima concretizzazione sul campo del diritto al patrimonio culturale. Il movimento 40xVenezia ha fatto la prima traduzione in italiano della Convenzione di Faro, ed è solo il punto di partenza di un immenso lavoro. Quali sono le altre azioni possibili? Quale apertura rappresentano la candidatura di Marsiglia come “laboratorio della democrazia culturale” e di Venezia come “società multi culturale e tollerante”? Sono possibili dei contatti tra i movimenti veneziani e marsigliesi? E come cooperare con il Consiglio dell’Europa?

di Prosper Wanner, gestore cooperative Place (www.place.coop), e Christine Breton, conservatrice del patrimonio a Marsiglia

Articolo scritto e pubblicato nel 2009 per il quotidiano La Marseillaise (FR) e la rivista Lagunamare (IT). Foto sono di © Fabienne Barre