Archivi categoria: Diritto

L’Arsenale, 18 mesi di percorso Faro.

4 anni fa, nel febbraio 2014, ho iniziato la mia collaborazione con l’ufficio Arsenale del Comune di Venezia per l’applicazione della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, allora conosciuta come “Convenzione di Faro” e appena firmata dall’Italia. L’obiettivo era di utilizzarla come quadro di riferimento nel processo di riconversione dell’Arsenale di Venezia.

Questa convenzione innovativa riconosce una responsabilità individuale e collettiva nei confronti del patrimonio culturale e promuove la sua conservazione ed il
 suo uso sostenibile nell’obiettivo dello sviluppo umano e della qualità della vita.

20140627_145639.jpg

L’Arsenale era diventato un anno prima, cioè 5 anni fa, proprietà del Comune di Venezia grazie in gran parte all’azione delle associazioni riunite all’interno del Forum Futuro Arsenale. La decisione di riferirsi alla Convenzione di Faro come quadro comune è stata uno dei risultati della partecipazione nel 2013 di una delegazione veneziana al Forum Europeo di Marsiglia sul valore del patrimonio culturale per la società.

La delegazione veneziana, invitata dall’associazione Faro Venezia, era composta da un rappresentante dal Forum Futuro Arsenale, uno dal Comune di Venezia, uno dell’associazione Venti di cultura e uno di Faro Venezia. Hanno durante tre giorni partecipato alle discussione intorno al processo di applicazione della Convenzione di Faro al processo di riconversione del Nord di Marsiglia che ho coordinato insieme ad altre persone.

20140627_143005.jpg

Questo articolo vuole rendere conto, in modo sintetico e personale, di quello che è stato possibile di realizzare durante questi 18 mesi, prima dell’elezione del nuovo sindaco e della sua decisione di chiudere l’ufficio Arsenale.  Non rende conto dell’insieme del lavoro dell’ufficio Arsenale ma solo dalla parte riguardante l’uso della Convenzione di Faro. Altri processi sono stati realizzati sul fronte della pianificazione, della partecipazione o della manutenzione dell’Arsenale da quest’ufficio da tre persone. Continua a leggere

Il Marinaretto, barca borderline

Che cos’è un bene culturale? E un Bene comune?
Chi e come se ne può occupare? E che cosa mai vorrà dire “valorizzarlo”?

Si fanno molti convegni, studi ricerche, pubbliche discussioni su questi temi ma poi, di fronte ad un caso concreto, molto di quello che crediamo di avere capito se ne va in fumo.

Marinaretto con testo

Il Marinaretto ha la fortuna-sfortuna di essere “borderline” come dicono gli psichiatri per indicare quei casi che non sanno come classificare e che mettono in crisi tutto il sapere che sembrava consolidato.

E’ una “cosa” dallo statuto nebbioso, di confine, ne carne ne pesce. Vecchia barcaccia semisfasciata o prezioso bene culturale? Bene privato, pubblico o comune? Serve un restauro ma chi tira fuori i (molti) sodi necessari e perché?

Attiva l’audio  e vedilo su Vimeo in grande formato

Il Marinaretto è stata la nave scuola dell’ IPSAM Giorgio Cini, isola di San Giorgio Maggiore a Venezia. E’ stata costruita con il lavoro degli allievi stessi dell’istituto e varata nel 1954.
Dopo anni di inutilizzo la nave è stata messa all’asta nel 2015 (50 euro come prezzo base) dall’Istituto Nautico Venier che non era più in grado di curarne la manutenzione. La nave è stata portata in cantiere a Fusina per un restauro all’opera viva e ora (aprile 2016) è ormeggiata presso l’isola di Poveglia e abitata dal nuovo proprietario.
Come si vede bene dal filmato è necessario un restauro importante, molto costoso. Se il nuovo proprietario non riuscirà a farlo la neve riuscirà a sopravvivere ancora per molto. Anche l’ormeggio attuale è molto precario.
Può sembrare “solo” una vecchia nave, ma esiste una Associazione Marinaretti e Allievi del Centro Marinaro “Giorgio Cini” che la considerano un bene di grande valore storico, affettivo, identitario e rappresenta sicuramente un parte importante della storia di tutta la città.
La nave è quindi al centro di interessi diversi: è proprietà privata; è di interesse comune per un gruppo consistente di cittadini; sembra del tutto indifferente alle autorità pubbliche.
Lo statuto “ibrido” di beni di questo tipo rischia di paralizzare qualsiasi azione efficace di conservazione e valorizzazione.

Per saperne di più:

Grazie a Bepi Fongher (84 anni, quasi tutti di regate) e Flavia Antonini per il passaggio in sandolo.
Video di: Adriano De Vita, Associazione Faro Venezia
Venezia, Isola di Poveglia, 9 aprile 2016

Petizione per la ratifica della Convenzione di Faro

turistiAlcune cose fanno arrabbiare anche se in fondo ci siamo tutti abituati. Per esempio questa idea di firmare in pompa magna una convezione internazionale tra stati, intelligente e molto innovativa, per poi non ratificarla rendendo così impossibile passare ad una fase operativa vera e propria.

Una scelta politica chiara che si riassume in poche parole: fare bella figura ma non fare nulla di concreto.

I motivi sono facilmente intuibili: la Convenzione di Faro assegna un ruolo chiave alla cittadinanza. Le persone che intendono prendersi cura dei luoghi che amano diventano protagonisti e reclamano un ruolo istituzionale nella gestione del patrimonio. Passano così da cittadinanza passiva e cittadinanza attiva. Per fare questo sul serio necessitano di poteri reali e questa comporta una cessione di quote di potere dai politici alla cittadinanza organizzata

Questa non è cosa da poco perché prospetta un modello di democrazia partecipativa in grado di superare gli evidenti limiti del sistema rappresentativo. Questi limiti anche maggiori se il sistema assegna premi di maggioranza spropositati a formazioni elette con percentuali molto basse e oltre il 50% di astenuti, cosa ormai abituale.

Ben venga allora la petizione promossa dall’ Associazione Nazionale Archeologi (ANA)

Potete firmarla qui:
https://www.change.org/p/petizione-per-la-ratifica-della-convenzione-di-faro

Ecco il testo completo della petizione:

Il 27 febbraio 2013 l’Italia ha firmato a Strasburgo la Convenzione quadro sul valore del patrimonio culturale per la società, aperta alla firma a Faro (Portogallo) nel 2005.

Il Trattato mette i cittadini e le comunità al centro di ogni politica in materia di patrimonio culturale e rappresenta oggi la risposta più forte, chiara ed efficace ai processi di inclusione sociale in atto in Europa e nel mondo. È uno strumento fondamentale per una effettiva integrazione culturale.

L’Italia, pur avendo sottoscritto la convenzione nel 2013, non l’ha ancora ratificata.
I territori, i cittadini, il patrimonio culturale, i professionisti, le istituzioni preposte alla tutela non possono aspettare altro tempo.

Per questo chiediamo a Lei, signor Ministro, di farsi promotore presso il Governo e presso il Parlamento affinché si giunga al più presto alla ratifica della Convenzione.

Proposte per una politica pubblica patrimoniale in favore del diritto al patrimonio culturale.

Il 27 febbraio 2016 sarà il terzo compleanno della firma della Convenzione di Faro da parte dell’Italia. E la prima convenzione internazionale sul patrimonio culturale che pone la domanda: per quale ragione e a favore di chi occorre valorizzare il patrimonio culturale?

Se la convenzione suscita sempre più interesse da parte dei cittadini così come dalla pubblica amministrazione, il passaggio dall’adesione ai principi enunciati alla loro applicazione è più raro. Faro Venezia, membro della Comunità di Faro, promossa da Consiglio d’Europa, suggerisce alcune proposte. Esse tracciano quella che potrebbe essere una politica pubblica patrimoniale in favore del diritto al patrimonio culturale (versione completa delle proposte: FaroVe – Proposte Feb16).

Come passare della logica di una politica culturale centrata su “l’offerta culturale” e “i pubblici” a quella di un ascolto della domanda sociale? Quale ripartizione delle competenze, delle responsabilità e delle azioni in materia di patrimonio culturale tra lo Stato, le collettività territoriali e i cittadini? Di che quadro di riferimento pubblico potrebbe dotarsi una “fabbrica patrimoniale cittadina”?

Continua a leggere

Reti sociali e valorizzazione del patrimonio

sapere lìeuroaPubblichiamo un articolo di Massimo Carcione, neo socio di Faro Venezia, ed esperto di diritto e organizzazione internazionale del patrimonio culturale: “Dalle reti di solidarietà e conoscenze, al sistema integrato di valorizzazione del patrimonio culturale”

Il concetto di rete per la valorizzazione delle conoscenze sociale è familiare da molti anni a chi si occupa di informatica sia dal punto di vista tecnico e che da quello economico al punto che quasi non è più possibile capire qualcosa di quello che succede in questi ambiti senza utilizzarlo. Anche le reti sociali sono ben note a chi si occupa di questioni sociali e agli economisti che ne conoscono bene il valore.

Le amministrazioni pubbliche invece sono gerarchie e le gerarchie non sono solamente una forma di organizzazione, sono anche e soprattutto un modello di pensiero e di percezione del mondo radicalmente incompatibile con il concetto di rete.

Così quando si parla di reti di valorizzazione dei beni culturali nell’ambito delle amministrazioni pubbliche non è strano che ci si riferisca ad attività, anche utili, ma di contorno, come ad esempio gli interventi nei social network per promuovere qualche evento oppure per forme di divulgazione che spesso sono un sorta di marketing “mascherato”.

Inoltre le amministrazioni sono organizzate su base territoriale di competenza, per cui i dirigenti cercano di non invadere i campo dei loro colleghi di altre aree e in questo modo vanificano proprio le caratteristiche “connettive” delle reti che ne costituiscono uno dei pregi principali.

Scrive Carcione: “Le vere reti di valorizzazione, invece, attengono piuttosto all’ambito della condivisione di competenze e buone pratiche, dell’attitudine alla collaborazione e alla condivisione di saperi e valori, della costruzione di relazioni solidali per certi versi analoghe a quelle della mutua assistenza”.

E si potrebbe andare oltre: le reti sociali sono soggetti collettivi in grado di produrre cultura in modo autonomo e con modalità spesso imprevedibili, non solo di fruire passivamente di quella prodotta da altri. E questo le rende davvero incomprensibili alla burocrazia pubblica e in qualche modo inquietanti.

Adriano De Vita

Link diretto all’articolo
Link al n.1 della rivista “Sapere l’Europa, sapere d’Europa” che lo contiene