Reti sociali e valorizzazione del patrimonio

sapere lìeuroaPubblichiamo un articolo di Massimo Carcione, neo socio di Faro Venezia, ed esperto di diritto e organizzazione internazionale del patrimonio culturale: “Dalle reti di solidarietà e conoscenze, al sistema integrato di valorizzazione del patrimonio culturale”

Il concetto di rete per la valorizzazione delle conoscenze sociale è familiare da molti anni a chi si occupa di informatica sia dal punto di vista tecnico e che da quello economico al punto che quasi non è più possibile capire qualcosa di quello che succede in questi ambiti senza utilizzarlo. Anche le reti sociali sono ben note a chi si occupa di questioni sociali e agli economisti che ne conoscono bene il valore.

Le amministrazioni pubbliche invece sono gerarchie e le gerarchie non sono solamente una forma di organizzazione, sono anche e soprattutto un modello di pensiero e di percezione del mondo radicalmente incompatibile con il concetto di rete.

Così quando si parla di reti di valorizzazione dei beni culturali nell’ambito delle amministrazioni pubbliche non è strano che ci si riferisca ad attività, anche utili, ma di contorno, come ad esempio gli interventi nei social network per promuovere qualche evento oppure per forme di divulgazione che spesso sono un sorta di marketing “mascherato”.

Inoltre le amministrazioni sono organizzate su base territoriale di competenza, per cui i dirigenti cercano di non invadere i campo dei loro colleghi di altre aree e in questo modo vanificano proprio le caratteristiche “connettive” delle reti che ne costituiscono uno dei pregi principali.

Scrive Carcione: “Le vere reti di valorizzazione, invece, attengono piuttosto all’ambito della condivisione di competenze e buone pratiche, dell’attitudine alla collaborazione e alla condivisione di saperi e valori, della costruzione di relazioni solidali per certi versi analoghe a quelle della mutua assistenza”.

E si potrebbe andare oltre: le reti sociali sono soggetti collettivi in grado di produrre cultura in modo autonomo e con modalità spesso imprevedibili, non solo di fruire passivamente di quella prodotta da altri. E questo le rende davvero incomprensibili alla burocrazia pubblica e in qualche modo inquietanti.

Adriano De Vita

Link diretto all’articolo
Link al n.1 della rivista “Sapere l’Europa, sapere d’Europa” che lo contiene

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