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CASABIANCA

Negli ultimi anni il pensiero economico ha colonizzato tutti gli ambiti della vita sociale divenendo pensiero “unico”, cioè egemone in senso gramsciano. Questo significa che qualunque tipo di iniziativa o esperienza umana, per essere considerata rilevante, deve dimostrare di produrre utili monetari. La “valorizzazione” dei beni culturali non fa eccezione, si tratta di venderli o trasformarli in alberghi o in attrattori per il turismo di massa.

Ad esempio secondo Riccardo Carpino, attuale direttore dell’Agenzia del Demanio, il suo compito è semplice e chiaro: si tratta di trasformare il Demanio una sorta mega agenzia d’affari.

“Io dico che ora il Demanio deve mettersi a vendere. (…)
Mettendo cose nuove e nuove modalità di vendita, andremo avanti.
La sfida è trasformare l’Agenzia del Demanio da fornitore di provvista a operatore che si mette in gioco anche nella vendita”. (da: Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2019, Pronto il piano del Demanio: 1.500 beni in vendita )

Ma vi sono sempre sacche di resistenza umana che operano quasi come il gruppo clandestino di memorizzatori di libri in Fahrenheit 451.

Casabianca mette in evidenza una di queste forme di pensiero non-unico, cioè il pensiero estetico.

Nulla di romantico o contemplativo. Il pensiero estetico è una forma specializzata di conoscenza, come la matematica, la storia, la biologia. Ha un suo campo specifico e modalità di funzionamento individuabili e sopratutto insegnabili. Il suo valore consiste nell’essere una scuola di libertà. Favorisce i processi di soggettivazione che portano alla formazione di persone adulte libere.

Anna Martinatti e Reda Berrada ci raccontano con semplicità e chiarezza la genesi delle loro installazioni site-specific all’interno di una fortezza abbandonata al Lido di Venezia, la Batteria Casabianca (o Ca’ Bianca) Angelo Emo. Si tratta di un luogo ricco di fascino capace di suscitare curiosità, pensieri ed emozioni in tutti quelli che lo scoprono.

Due persone diverse hanno avuto reazioni, emozioni e idee diverse e da queste hanno costruito oggetti e situazioni capaci di comunicarle ad altri. In questo senso la conoscenza estetica può essere considerata un linguaggio, ma un linguaggio che non si basa su un vocabolario di significati definiti, ma costruisce invece significanti aperti che “chiamano” le persone al attivarsi per costruirne il senso.

Si vede qui la differenza del funzionamento del pensiero estetico rispetto a quello storico. La storia tende a passivizzare le persone perché il lavoro di ricostruzione della storia di un luogo è un compito da specialisti. Il risultato di questo lavoro può essere molto interessante e informativo, ma non attiva le capacità creative autonome delle persone.

Svezia – Venezia 10-0. Le corderie in Svezia e a Venezia

A Venezia abbiamo un enorme partrimonio materiale e immateriale sulla cultura, i saperi le tecniche del mare. Non ce ne facciamo nulla. I nostri governanti lo ignorano da sempre e anche a gran parte dei veneziani sembra importare poco.

Grazie allo stimolo di un’amica artista ho fatto una veloce ricerca su un’aspetto particolare di questa cultura: le corderie per la fabbricazione di cime in canapa per navi di ogni tipo (no, non corde, nelle navi non ci sono ‘corde’). Diciamo che si tratta di una parte meno nota di un settore ignoto della conoscenza.

Ho ripescato un lungo video fatto nel 2014 che documenta una Passeggiata Patrimoniale organizzata dall’ ex Ufficio Arsenale, ora estinto oggi non esite una Autorità pubblica che si occupi dell’Arsenale come sito unitario unico al mondo: prova inconfutabile che non ce ne importa nulla). All’interno del video c’è una intervista con Renzo Inio, ultimo cordaio di una famiglia che ha fatto la storia di questo tipo di produzioni.

Purtroppo l’ufficio del Comune che ha fatto il video non lo ha poi documentato (con testi adeguati, SEO ecc..) per cui risulta introvabile sul web e quasi nessuno è al corrente della sua esistenza. Per questo motivo ho tratto dal video originale la sola intervista che vi presento qui:

VIDEO INTERVISTA A RENZO INIO, L’ULTIMO CORDAIO

Poi abbiamno qui un approfondito articolo di Francesco Calzolaio che racconta la storia delle corderie Inio a partire dei primi del 900.

Se poi volete vedere i macchinari in azione esiste un video realizzato da un piccolo museo finlandese che mostra il processo di produzione. La attrezzature usate sono quasi identiche a quelle veneziane. Si potrebbe fare facolmente anche da noi questo a costi contenuti e senza grandi difficoltà. Lo faremo ? Pare di no.

VIDEO SULLA PRODUZIONE DI CIME IN CANAPA IN SVEZIA

In Svezia esiste un paesino chiamato Älvängen. Qui in passato esiteva una fabbrica di cordami del tutto simile alla corderia Inio. Dal 2015 nei vecchi locali della fabbrica esiste oggi un piccolo museo che mostra la tecnica di produzione dei cordami com’era agli inzi del 20° secolo. Le cime sono prodotte oggi dalla P.A. Carlmarks rope factory, una piccola ditta locale specializzata. Qui si producono anche le cime necessarie per alcune imbarcazioni d’epoca, tra le quali la spettacolare East Indiaman Götheborg.


East Indiaman Götheborg

Si tratta della ricostruzione filologica – fatta cioè con attrezzi, procedure e materiali d’epoca – di una delle più gradi navi costruite nel dicottesimo secolo. Fu varata nel 1738 e alla sua costruzione lavorarono circa 200 persone per 18 mesi (un tempo record che ha dell’incredibile e che oggi probabilmente non riusciremmo a replicare). Purtoppo dopo pochi anni di attività sulle rotte della Cina la nave finì sugli scogli di Nya Älvsborgs Fästning (oggi la Fortezza di Älvsborg).

Il museo di Älvängen è un museo ‘vivo’ che promupve una certa attività produttiva e commerciale. A oggi la Indiaman Götheborg è il cliente principale e una grande sfida per il museo perchè ha dovuto affrontare un ordine per 27.000 chili di cordame per la nave e non è poco!

MA DA NOI NO

Älvängen è un paesino di poco più di 4.000 anime. Eppure riescono a fare queste cose e le fanno con passione.

Ma da noi no.

Peccato.

C’è un giudice a Berlino! Le pesanti accuse del TAR all’Agenzia del Demanio di Venezia sul caso Poveglia

Lo scorso 8 marzo il Tribunale Amministrativo ha accolto il ricorso dell’ Associazione Poveglia per Tutti contro l’Agenzia del Demanio di Venezia che aveva respinto la loro richiesta di prendersi cura dell’isola, con fondi propri, e per un periodo limitato di tempo. La storia dell’Associazione è ormai lunga e molto significativa sul tema di come può formarsi una comunità patrimoniale forte e molto motivata. Non riassumo qui questa storia. Chi non la conosce può seguire i links a fondo pagina che la ricostruiscono in breve.

La cosa rilevante qui non è tanto il fatto di avere vinto un ricorso, cosa che capta molto spesso alle associazioni civiche; sono le motivazioni della sentenza ad essere clamorose. In pratica il TAR accusa l’Agenzia del Demanio di ogni nefandezza possibile e immaginabile.

La sentenza originale completa si può leggere qui.

Le motivazioni

Riassumo qui in punti salienti delle motivazioni della sentenza in basic italian in modo che sia tutto più chiaro. Secondo il TAR il rifiuto del Demanio:

  • É privo di motivazione, non indicando alcun presupposto di fatto ed alcuna ragione giuridica che abbia determinato il diniego di concessione.
  • Nasconde i motivi del rifiuto.
  • Rivela un eccesso di potere perchè la domanda è respinta in base a motivazioni del tutto estranee al merito della domanda nstessa.
  • Rivela un eccesso di potere (di nuovo) perché il rifiuto richiama la necessità di sentire il parere del sindaco, cosa del tutto falsa.
  • Rivela un eccesso di potere, (ancòra) perché il Demanio ha posto sulle stesso piano la richiesta dell’Associazione- realmente esistente dettagliata e motivata – con altre generiche “manifestazioni di interesse” provenienti da altri soggetti, sostanzialmente inesistenti.
  • Dimostra irragionevolezza e manifesta contraddittorietà del diniego. L’agenzia infatti rinuncerebbe ad ottenere dalla ricorrete opere e attività rientranti tra i suoi compiti di legge. Che non ha mai realizzato.
  • Dimostra la volontà di perdere tempo, tirala in lungo deliberatamente, per (“mera presa di tempo da parte della P.A., con un atto sostanzialmente soprassessorio”).

Il rifiuto del Demanio contrasta inoltre con il regolamento per la concessione in uso e in locazione dei beni immobili appartenenti allo Stato  (art. 9 del d.P.R. n. 296/2005) dove si stabilisce che “possono essere oggetto di concessione ovvero di locazione, in favore dei soggetti di cui agli articoli 10 e 11, rispettivamente a titolo gratuito ovvero a canone agevolato, per finalità di interesse pubblico o di particolare rilevanza sociale, gli immobili di cui all’articolo 1, gestiti dall’Agenzia del demanio”.

Si tratta di motivazioni pesantissime, che distruggono completamente la credibilità dell’Agenzia del Demanio, che – ricordiamolo– è una agenzia dello stato che amministra beni pubblici, cioè appartenenti a tutti noi e lo deve fare per nostro conto , non contro di noi.

L’Agenzia ha dimostrato, come minimo, di non avere le capacità professionali adeguate al compiuto che deve svolgere. Ma ha dimostrato anche un atteggiamento apertamente ostile e vessatorio (l’eccesso di potere) verso quei cittadini che – in ultima istanza – sono i suoi datori di lavoro.

Va notato che l’Agenzia è un “Ente Pubblico Economico (EPE). L’EPE è un soggetto giuridico autonomo che opera nell’ambito della Pubblica Amministrazione e che, per raggiungere i propri obiettivi, fa ricorso a modalità organizzative e strumenti operativi di tipo privatistico.”
Dunque se la sua organizzazione è di tipo privatistico, si può supporre che i dirigenti che si sono resi responsabili di una simile sequenza di errori e prepotenze se ne assumano la responsabilità e ne paghino le conseguenze.

O è pretendere troppo?

Links

Poveglia: l’isola che c’è
un breve post con due nostri video girati nell’aprile del 2014, quando la storia di della comunità patrimoniale di Poveglia era era appena iniziata. Uno è questo, che mostra l’ evidente entusiasmo che l’inziativa ha suscitato:

La storia dell’Associazione Poveglia per Tutti

‘Non svendete Poveglia’: il Tar dà ragione all’associazione che vuole proteggere l’isola”
Articolo su L’Espresso che riassume il caso.

Il TAR da regione ai 4550 veneziani del mondo
Articolo dell’ Associazione che commenta la sentenza del TAR

Nota
L’espressione “Ci sarà pure un giudice a Berlino?” aderiva dalla storia di un mugnaio di Postdan e dei sua moglie Rosina contro tutti i corrotti giudici per ottenere giustizia. E alla fine ci riesce. Leggi qui tutta la storia

Trailer per: “Tessuti sotto el felze”

Breve trailer per: “Tessuti sotto el felze”, Venezia, 27 ottobre 2017.
La storia completa degli ‘intrecci’ tra la produzione di tessuti pregiati a Venezia, i decori delle gondole e gli abiti dei nobili e della servitù negli ultimi 500 anni si trova in una specifica lezione della la prof. Doretta Davanzo Poli, storica del tessuto, che si può vedere a questo link

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Oltre al puro fascino dei tessuti pregiati e dell’ambiente di lavoro della tessitoria Bevilacqua, alcune cose meritano di essere esplicitate perché sono queste che rendono questi tipi di attività “patrimonio culturale” in senso stretto.

I telai utilizzati sono del tipo Jacquard, cioè programmabili attraverso un ingegnoso sistema di schede perforate. Questo tipo di telaio si diffuse agli inizia dell’800 grazie ai perfezionamenti introdotti da Joseph-Marie Jacquard su modelli più antichi. Già nella seconda metà del ‘4o0 infatti l’italiano Giovanni il Calabrese (Jean Le Calabrais) aveva costruito un prototipo che suscitò l’interesse di Luigi XI e ora si trova nel nel museo delle arti e dei mestieri a Parigi

Questo telaio fa parte quindi della storia dell’informatica, non solo della tessitura, e anche della storia dell’organizzazione del lavoro e della nascita dell’industria moderna. La sua introduzione in Francia sollevò infatti forti protesta da parte dei tessitori di Lione che temevano – con molte buone ragioni – di restare disoccupati.

Una parte dei macchinari utilizzati è anche concettualmente più antica e in quanto essi sono facilmente riconoscibili nelle tavole dell’enciclopedia di Diderot e d’Alembert (1751-1780) dedicate alla tessitura.

E’ interessante poi il modello imprenditoriale attuale della tessitura. Questa infatti è una dell pochissime che, avendo rifiutato qualunque tipo di innovazione successiva al telaio Jacquard, ha invece innovato il suo modello di business che ora è del tutto post-moderno. Il valore dei prodotti infatti è un mix di valore estetico e culturale. Conta molto infatti per i clienti sapere il “come e da chi” sono stati prodotti i tessuti, che quindi non sono solamente oggetti, ma incorporano storia, cultura la ‘faccia’ del produttore.

In un certo senso la storia imprenditoriale di questa azienda (e delle altre dello stesso tipo) è paradossale: è nata come modello di innovazione tecnica e ha avviato la prima rivoluzione industriale. Poi è diventata radicalmente contraria all’innovazione tecnica. Infine è divenuta post-moderna in quanto vende più “significati” che prodotti.

Una altro paradosso è che oggi sia considerata un modello di attività artigianale proprio un’azienda che è il prototipo stesso dell’innovazione industriale.

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Links per approfondimenti

Il telaio Jaquard (‘800),
Il telaio programmabile che fa parte della storia dell’informatica, raccontato in un’intervista intervista con Alberto Bevilacqua – CEO Tessiture Luigi Bevilacqua dal 1875 a Venezia.

Il velluto soprarizzo
Intervista con Silvia Longo – tessitrice presso Bevilacqua in Venezia.

Le ottime foto di Blu Oscar:
http://bluoscar.blogspot.it/search?q=Tessitura+Luigi

Le tavole dell’Enciclopedia di Diderot e d’Alembert che illustrano le tecniche per la produzione di passamanerie e tessuti.

La storia completa degli ‘intrecci’ tra la produzione di tessuti pregiati a Venezia, i decori delle gondole e gli abiti di nobili e servitù. Intervista con Doretta Davanzo Poli, storica del tessuto.

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Testi e immagini: Doretta Davanzo Poli
Video: Adriano Devita
Grafica: immagini Michela Scibilia e Aadriano Devita
Grafica: Michela Sciblia
Musica: Vivaldi, Concerto per violoncello RV 423

Prodotto da El Felze
in collaborazione con Faro Venezia, Venezia, 2017

Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia
(CC BY-NC-SA 3.0 IT)
https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/it/

Il segreto dei fabbri a Venezia

Che cosa c’è di più materiale del lavoro del fabbro?
Eppure gli aspetti intangibili in fondo prevalgono se si parla di heritage e artigianato d’arte.

Alessandro Ervas ci racconta come il lavoro del fabbro a Venezia entra in profonda relazione con la città stessa. Da tempo è diventato quasi un luogo comune dire che l’artigiano di qualità fa cultura. Ma di fronte alla richiesto di esplicitare meglio in che cose consiste questo “fare cultura” la maggio parte delle persone fa scena muta. Si può capire la difficoltà perché “cultura” ha molti significati diversi, ma la difficoltà maggiore probabilmente consiste nel fatto che la nostra cultura (in senso antropologico) è come l’acqua per i pesci: la diamo per scontata e non ne siamo consapevoli.

Per questi i motivi è particolarmente apprezzabile questo intervento di Alessandro Ervas sull’arte dei fabbri. Qui si mettono in evidenza alcuni temi che definiscono molto chiaramente il “fare cultura” del fabbro e di tutti gli artigiano d’arte. Il suo discorso è complesso ma i temi principali in breve, sono questi:

Venezia come ambiente-scuola permanente per gli artigiani e artigiani come ‘mattoni’ della città che hanno costruito.

Artigianato come linguaggio e innovazione come arricchimento delle sue possibilità linguistiche (non come tecnologia sostitutiva dell’artigiano)

Superare le due ignoranze quella del pensare senza saper agire e quella del fare cieco e inconsapevole; divisone tipica dell’impostazione idealistica delle nostre scuole, mai superata e neppure mai veramente messa in discussione.

Il saper guardare come competenza essenziale, in una città dove ogni minimo particolare rivela una creatività infinita sia sul pano estetico che su quello tecnico, mai separati e separabili tra loro.

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Progetto ATENA, workshop iniziale:
“Sostenibilità e sviluppo dell’artigianato tradizionale in una città d’acqua”

La cacciata dell’artigianato dai centri storici: che fare?

Da tempo si levano lamenti sulla cacciata dai centri storici della nostre città dell’artigianato d’arte, storico, legato all’heritage dei luoghi. Un tema molto sentito a Venezia, che centro storico non è, ma città d’acqua e potrebbe essere anche città del futuro, se i politici – e chi li elegge – volessero.

Ma i lamenti e la solidarietà a parole non bastano e il tempo stringe. Ogni giorno che passa scopre un artigiano e arriva una bottega di di paccottaglia “tutto a un euro” alimentate da un distruttivo turismo di massa che non conosce limiti.

Teniamo ben presente che viviamo in una società iper-liberista. Questo vuol dire che se un’azienda funziona bene, se no che chiuda. Vuol dire anche che si vuole evitare la scomparsa di certi tipi di artigianato perché hanno un valore storico, culturale, sociale, educativo ed estetico è necessario un intervento pubblico anti-mercato. Non mi pare che esita una chiara consapevolezza diffusa su questo punto, ma senza di essa non resta che lamentarsi a vuoto.

Ma c’è che prova ad auto-organizzarsi e ad avanzare proposte concrete. Non vuol dire che qualcuno le ascolti, non ancora, ma comunque ci sono. Ecco allora questi due video.

Nel primo si vede racconta che cos’è El Felze,l’Associazione veneziana dei mestieri che ruotano attorno alla Gondola.

Nel secondo El Felze illustra le sue proposte, che si sono sviluppare in primo luogo sulla situazione dei suoi soci, ma che hanno un valore molto più ampio e riguardano tutti gli artigiani di un certo tipo.

Gli artigiani della gondola

Tra i non-veneziani pochi si rendono conto che il sistema-gondola è una piccola industria che occupa più di 600 persone, in prevalenza gondolieri e sostituti. Tra questi ci sono gli artigiani che la costruiscono, decorano, mantengono. Ci sono 11 specializzazioni artigiane che lavorano sulla gondola, generalmente in modo non esclusivo.

Saverio Pastor, presidente di El Felze ha colto l’occasione del seminario di avvio del progetto ATENA per fare il punto sullo stato di salute di questi mestieri. Si tratta di una sintesi pubblica, forse unica, aggiornata al settembre 2017, che ha valore anche per tutti gli altri mestieri artigiani attivi nella città d’acqua, che vivono problematiche molto simili.

Ecco i mestieri della gondola:

Squearòli
(ostruiscono le gondole e altre imbarcazioni)
Remèri
(fabbricano i remi e le forcole)
Intagliadòri
(intagliano nel legno i fregi decorativi)
Fravi
(fabbri che forgiano le parti metalliche)
Fondidòri
(fanno fusioni su stampo)
Battilòro
fabbricano la foglia d’oro per i fregi)
Doradòri
(applicano la foglia d’oro sui fregi)
Tapessièri
(realizzano le tapezzerie, a volte preziose)
Bartèri
(fabbricano i tipici berretti da gondoliere)
Sartòri
(sarti che fabbricano le divise dei gondolieri)
Caleghéri
(calzolai che fabbricano la calzature tipiche dei gondolieri)

Le proposte di El Felze

Non vogliamo finanziamenti a pioggia o aiuti particolari ma poter lavorare testimoniando quanto ereditato dai nostri antesignani; se noi siamo portatori di Patrimoni culturali e questi sono patrimoni collettivi dovrebbe essere la collettività ad assumersene, almeno in parte, la responsabilità.

Per il futuro anche delle nostre aziende sembra ora necessario un marketing endogeno fatto di management, aggiornamento mediante l’approccio alle nuove tecnologie e un salutare passaggio generazionale. Tutto ciò non ci risulta semplice e così tentenniamo tra le sicurezze della tradizione e una curiosità verso un futuro affascinante ma incerto. Uscire da soli da questo dilemma sembra impossibile. Se però parliamo di PCI quale ruolo ha la società? La comunità patrimoniale? La politica? La P.A.? Il Consiglio d’Europa e l’Europa stessa? Quale può essere il marketing esogeno che ci aiuti a trovare le soluzioni operative praticabili che ricerchiamo?

Come Comunità Patrimoniale dovremmo pensare alla Valorizzazione dei nostri mestieri per far conoscere il nostro patrimonio; al Sostegno dei nostri “portatori di PCI” (gli Artigiani), perché essi contribuiscono a migliorare la società testimoniando pensieri, saperi, creatività e manualità; alla creazione di un Ambiente socioeconomico accogliente per le nostre imprese.

1) Per la valorizzazione si può immaginare di:
– arrivare finalmente alla candidatura dei mestieri della gondola nella lista UNESCO per il PCI (Patrimonio Culturale Intangibile)
– estendere il Marchio della Cantieristica tradizionale anche alle imprese dell’indotto;
– creare un marchio specifico per la gondola, con disciplinari appositi;
– creare una rete del PCI veneziano tra Cantieristica/Restauro/Tessitoria/Scuole Grandi
– migliorare il sistema museale veneziano2;

2) Varie le forme di sostegno che possiamo immaginare:
Finanziamento:
– ancora della legge regionale 1/96 come incentivo all’acquisto di barche e accessori;
– per adeguamento sedi;
– per aggiornamenti specifici anche di nuove tecnologie;
– di nuovi progetti di ricostruzione filologica di imbarcazioni e di archeologia sperimentale;

Nuova normativa per assegnazione lavori:
– con gare non più al ribasso ma almeno con media mediata;
– ipotizzare assegnazione di punteggi legati al valore PCI;
– scelta delle P.A. verso prodotti della nostra tradizione;

Sostegno alla formazione non con scuole ma consentendo il lavoro:
– deroghe per normative fuori scala per le piccole imprese nei centri storici;
– sgravi per le ditte che assumono e che dedicano tempo alla formazione degli apprendisti.

3) L’ambiente che immaginiamo prevede:
un Centro Storico che ritorni il centro commerciale e produttivo;
un mercato immobiliare mitigato da:
– contributi per gli affitti
– blocco degli sfratti
– blocco cambi destinazione d’uso da artigianato ad altro
– acconsentire cambi di destinazione d’uso che riporti gli artigiani in centro

Queste sono le nostre proposte operative e possono essere allargate anche ad altri settori dell’artigianato. Non sono novità ma fa sempre bene ricordare quanto da anni molti di noi chiedono.

Tutti video del progetto ATENA  sugli artigiani di Venezia
https://vimeo.com/album/4778316

Perchè l’Arsenale

Per Domenica 9 settembre: Visita ai luoghi nascosti dell’Arsenale:
incontri e dialogo con testimoni significativi.  Per l’occasione riproponiamo un breve video in cui Paolo Lanapoppi chiarisce il significato e l’importanza di questo luogo magico.

Qui si vede chiaramente l’ambiguità del concetto di valorizzazione, oggi talmente abusato da significare tutto e il contrario di tutto.

Per chi vuole partecipare, il programma e i dettagli si trovano qui

Due giardini da scoprire

Giardino delle vergini

Non molti si sanno dell’esistenza di questi due magnifici giardini. Meno ancora sono saliti sulla terrazza della Torre di Porta Nuova da cui si gode una vista impagabile su tutta la città.

Domenica prossima avremo modo di scoprire molte cose, compresi i regimi di accessibilità di questi spazi che sono molto più aperti di quanto si creda.

Le vista – organizzata dal Forum Futuro Arsenale – è lunga, ma si può partecipare anche solo al mattino oppure solo al pomeriggio. Benvenuti i bambini, che potranno fare anche un giro in barca a remi nella Darsena Grande dell’Arsenale, normalmente chiusa l pubblico in quanto zona militare.

Programma

10.00 – Incontro in Campo Ruga
10.30 – Visita guidata al Giardino delle Vergini con illustrazione delle opere esposte e degli interventi nel giardino, a cura della Biennale di Architettura.
12.00 – Traghetto dall’Arsenale sud all’Arsenale nord, con il servizio navetta o con le imbarcazioni delle remiere. Per chi lo desidera, giro della Darsena Grande in barca a remi.

12.30 – Pranzo autogestito sulla banchina nord.

14.00 – Visita guidata al Giardino Thetis, a cura di Thetis
15.00 – Visita guidata ai tre Bacini di Carenaggio, a cura del CVN.
17.00 – Aspettando il tramonto, sulla terrazza della Torre di Porta Nuova

Ecco la torre di Porta Nuova com’era quando serviva ad armare gli alberi per le navi costruite in Arsenale. Oggi non è molto diversa, ma è perfettamente restaurata.

torre porta nuova

 Modalità di partecipazione

Non è necessaria la prenotazione. Lʼiniziativa è aperta a tutti ed è gratuita, ma sarebbe opportuno sapere quante persone saranno presenti, per cui ci fate una cortesia se comunicate la vostra presenza a: segreteria@futuroarsenale.org

o anche utilizzando il form in fondo a questa pagina.

Pranzo autogestito vuol dire portarsi il proprio cibo, ma c’è sempre il bar aperto sul lato nord per bevande, panini, toast gelati ecc. e i servizi igienici.

Come arrivare

La cosa più semplice è scendere alla fermata Arsenale con il battello e percorrere tutta la Via Garibaldi. Poi Calli & Callette, ma non vi perdete, il percorso è breve (10 minuti) e basta seguire questa mappa:

percorso Campo RUGA

OK ci sarò:

 

FORT-IN-FEST – Festival dell’inclusione – Venezia

FORT in FEST è un festival che coinvolge un’ampia rete di associazioni per per promuovere l’incontro tra le diversità culturali, sociali ed artistiche e l’accesso alla cultura nelle aree più periferiche della città metropolitana di Venezia.

In questa intervista, Alessandra Manzini, ideatrice del festival espone il senso del progetto culturale che sta alla base dell’iniziativa.

Non si tratta infatti di recuperare un luogo nel senso di restaurare gli edifici e curare le aree verdi. Si tratta di rendere questi luoghi utili per il miglioramento della qualità della vita delle persone che che vivono nella zona e che vi attribuiscono un valore è formato da un insieme di significati condivisi. Solo in questo modo le gestione economica viene riportata alla sua natura di mezzo e non di scopo ultimo qualunque cosa.

C’è poi l’idea di utilizzare le attività artistiche e artigianali come occasione di dialogo interculturale. Chi condivide quest tipo di capacità e attitudini infatti supera facilmente ogni barriera di tipo linguistico e culturale perché tra simili ci si riconosce con facilità.
In un’ epoca di violenza e incapacità di relazione crescenti questo tipo di iniziative è di vitale importanza se vogliamo restare umani.

Sul Festival

FORT in FEST è un festival che coinvolge una piattaforma di associazioni per per promuovere l’incontro tra le diversità culturali, sociali ed artistiche e l’accesso alla cultura nelle aree più periferiche della città metropolitana di Venezia.

FORT in FEST nasce dalla volontà di rivitalizzare le fortificazioni veneziane e le relazioni nei quartieri circostanti attraverso l’arte e le cultura. I Forti sono da sempre spazi pubblici chiusi, avamposti militari simbolo della paura del nemico e delle straniero, che da vent’anni vivono processi di dismissione. In alcuni sono stati oggetto casi di rivitalizzazione grazie al lavoro volontario di associazioni sul territorio ma i forti in laguna sono ancora in stato di abbandono.

FORT in FEST vuole avviare una riflessione attorno al potere dell’arte performativa di decostruire la percezione dell’alterità come nemica, immaginando assieme alle comunità presenti sul territorio di trasformarli in luoghi di espressione delle diversità che contraddistinguono i rapidi cambiamenti della società contemporanea. La rassegna si è svolta in quattro fortificazioni veneziane:

– Forte Poerio a Mira (VE),
– Forte Marghera (VE)
– Batteria Ca’ Bianca al Lido di Venezia (riperta dopo vent’anni di abbandono)
– Caserma Pepe/Chiostro EIUC S.Nicolò, sempre al Lido di Venezia

Le aperture della Batteria Ca’ Bianca e della Caserma Pepe sono state possibili grazie al coinvolgimento di una rete di soggetti locali per acciare un modello di gestione che sappia valorizzare le valenze paesaggistiche e culturali di questi luoghi, non trascurando i processi di rinaturalizzazione in atto e di diversificazione della società contemporanea.

Per realizzare il festival tutte le consulenze sono state freelance per l’autofinanziamento dell’Edizione zero. Grazie a tutte le persone che hanno contribuito a far partire questa avventura. Se volete sostenerci scriveteci:

CONTATTI:
Alessandra Manzini
fortinfestival@gmail.com
www.fortinfest.org

Video-making:
Adriano Devita e Alessandra Manzini

Batteria Casabianca, Lido (VE) – cenno storico

Danilela Milani Vianello, storica e giornalista, chi racconta brevemente la storia della Batteria Ca’ Bianca – Forte Emo sulla base della scarsa documentazione disponibile. Abbiamo realizzato l’intervista nel corso della prima apertura della Batteria a cura di In-Diversity Onluls e altri, il 9 luglio 2016. Su Vimeo troverete anche una sintesi scritta della storia del luogo.

La batteria è il tipico oggetto problematico come ce ne sono molti in Italia e nel mondo. Un luogo molto bello e ricco di storia ma abbandonato da anni e “scomparso” dalla percezione anche delle persone che abitano nelle vicinanze.

Mappa EMO grande 4

Negli ultimi anni è aumentata la sensibilità di tutti nei confronti di questi luoghi e il desiderio di valorizzarli. Ma come fare? Non è affatto semplice e non solo per il costo dei necessari interventi di restauro. Il problema vero è il “come” valorizzarli, a vantaggio di chì? Con quali mezzi e con quale modello di sostenibilità nel tempo?

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E’ l’idea stessa di “valorizzazione” ad essere ancora ambigua e poco condivisa.

Vista l’occasione vi propongo anche una lettura impegnativa. Si tratta della bella tesi di laurea di Rosangela Saputo, (tesi di laurea, 2014, Ca’ Foscari) intitolata:

Disarmo culturale: l’arte-cultura come “riempimento” delle aree dismesse ex militari.

Il suo lavoro ruota attorno ad alcune domande chiave:

  • L’arte/cultura può rappresentare una soluzione per i vuoti territoriali?
  • Si tratta di una formula “pacchetto arte-cultura” dentro un “contenitore” dismesso?
  • Si può applicare in maniera meccanica a tutti i contesti?
  • La totalità degli artisti desiderano questi spazi? E soprattutto li abitano dietro volontà di una qualche politica? O si tratta piuttosto di una “vocazione” della comunità locale?

Il testo può essere letto in modo trasversale ricercando gli stessi nuclei tematici che si ripongono nei vari capitoli da punti di vista diversi. Questo è lo schema di sintesi:

Tesi caputo schema di lettura

La tesi completa può scaricare da qui

In-Diversity Onluls ha curato la prima apertura della batteria nell’ambito di un progetto più articolato che si è svolto in quattro forti veneziani:

Fort-In-Fest: http://www.fortinfest.org/.

Per realizzare il festival tutte le consulenze sono state freelance per l’autofinanziamento dell’Edizione zero. Grazie a tutte le persone che hanno contribuito a far partire questa avventura. Se volete sostenerci, scriveteci: a fortinfestival@gmail.com

ZOGA! Le mani sulla città

Come fare per informare e stimolare quella grande parte della cittadinanza che si dimostra passiva i insofferente verso le sorti del luogo dove vive? Seminari e conferenze servono a poco perché vi partecipano sempre le stesse persone, quelle già attive. Qui c’è una giovane compagnia teatrale che ci prova con mezzi che sono loro propri.

“Zoga! Mani sulla città” vuole coinvolgere studenti universitari e coloro che s’impegnano attivamente tramite l’associazionismo contro il declino di Venezia facendoli partecipare a un vero e proprio gioco di ruolo. Una partita che rimette le decisioni fondamentali per il futuro della città alle performance di quattro squadre: Turisti, Anziani, Studenti e Commercianti. Chi conquisterà Venezia? Solo chi proporrà la performance più convincente. Con “Zoga! Mani sulla città” fare teatro diventa davvero un atto politico.

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Perché è interessante per noi?
la lista è lunga:

Interpretando un ruolo ci si deve mettere al posto di un altro e “impadronirsi” delle sue ragioni e punti di vista. Di solito non lo facciamo e questo è un grande ostacolo per ogni forma di partecipazione e collaborazione.

Si trattano questioni molto serie senza essere noiosi. Confondere la serietà con la noia è un errore comune che ci deriva da spesso da certe disastrose esperienze scolastiche. Ma fare teatro ci si diverte e si è molto seri contemporaneamente.

I partecipanti a volte scoprono di avere talenti che non sapevano di avere.

Di solito chi vuole partecipare attivamente al governo della sua città è piuttosto anziano. Qui invece sono quasi tutti molto giovani.

C’è il tentativo di una piccola compagnia teatrale di radicarsi in città. Venezia è una città che fa scappare i residenti a causa specialmente dell’altissimo costo della residenza dovuto ad una pressione turistica incontrollata. Qui però c’è un gruppo di giovani che studia o ha studiato a Venezia e che vorrebbero poterci vivere lavorando come professionisti del teatro.

Dopo varie giornate di preparazione la prima dell spettacolo si terrà al Teatro Goldoni il 14 maggio 2016 alle 20,30

Interviste a:
Flavia Antonini
Alessia Cacco
Jacopo Giacomoni

Video a cura di:
Adriano De Vita – Faro Venezia

Links:

L’archivio di stato di Venezia

La dottoressa Claudia Salamini ci guida all’interno dell’archivio, in luoghi che non sono normalmente aperti al pubblico.

L’Archivio di Stato di Venezia venne istituito nel 1815 con il nome di Archivio generale veneto. Contiene circa 70 km di scaffalature ed è costituito da oltre 800 fondi documentali. All’interno di questi fondi si trovano talvolta centinaia di altri archivi, come avviene nel caso delle corporazioni di mestiere, delle confraternite e dei notai.

L’Archivio non documenta solo la storia della Repubblica Serenissima e dei territori italiani, dell’Istria, della Dalmazia e del Levante che ne facevano parte, ma di tutto il mondo che intratteneva con Venezia fitte relazioni diplomatiche e commerciali. Alle carte più antiche si sono aggiunte in seguito quelle del periodo napoleonico e dei governi austriaci.

Spesso i fascicoli dei documenti non sono mai stati consultati negli ultimi 100 anni. Vi sono quindi molte cose da scoprire per storici e ricercatori di ogni genere. Non è facile trovare le cose: si tratta di un lavoro da detective che comporta una approfondita conoscenza del modo in cui i documenti sono organizzati e catalogati.

Tra le altre cose – e a titolo di esempio – l’archivio conserva molti documenti originali di Aldo Manuzio (1449-1515) il tipografo ed editore veneziano che fondò l’editoria moderna introducendo l’uso della punteggiatura, i formati tascabili e molte altre innovazioni destinate a favorire enormemente la leggibilità dei testi e la portabilità dei libri.

I suoi documenti testimoniano anche l’attenzione che poneva (da vero imprenditore ante litteram) nel garantirsi una protezione legale per le sue innovazioni relative alle tecniche tipografiche e il diritto esclusivo di stampa sui testi: si tratta degli atti di nascita dei brevetti e del copyrigth.

Realizzato nel corso delle passeggiata patrimoniale:
La stampa, passato e futuro

L’unicità dell’Arsenale

Che differenza c’è tra il valorizzare un bene in senso economico e valorizzarlo in senso sociale culturale? Il destino dell’Arsenale di Venezia (e dell’intera città) si gioca tutto su questa differenza. Queste poche e chiare parole di Paolo Lanapoppi di Italia Nostra e Forum Futuro Arsenale, chiariscono il problema.

L’arsenale di Venezia è un Luogo unico al mondo
A differenza di un palazzo o una chiesa l’Arsenale è prime di tutto un luogo di lavoro ed è anche un luogo di straordinaria bellezza.

Da molti anni l’Arsenale è un luogo sostanzialmente chiuso ai veneziani, ma ora la sua proprietà è pubblica ed è possibile pensare alla sua valorizzazione.

Ma che cosa significa valorizzare un bene di questa rilevanza?

Il codice dei beni culturali afferma che la valorizzazione consiste nelle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura.

Si tratta di valorizzare la capacità che l’Arsenale ha oggi di mostrare la sua storia, ma anche un uso contemporaneo legato alle stesse modalità di utilizzo del passato.

La conoscenza della nostra storia è parte della cultura degli italiani. Cancellarla per avviarvi più redditizie attività commerciali significa cancellare la nostra identità e ridurre i cittadini in consumatori. Questa operazione è giù stata fatta a Venezia con il caso del Fontego dei Tedeschi e non è il caso di ripeterla.

Recuperare l’Arsenale alle sue funzioni produttive storiche significa prima di tutto fanne un centro di educazione cultura. Il costo di questo intervento deve essere visto in questa chiave: va sostenuto per lo stesso motivo per cui si sostiene le scuola pubblica e per tutti.

Intervista con Paolo Lanapoppi – Italia Nostra

Il progetto di valorizzazione di cui si parla nell’intervista di trova qui:
farovenezia.org/progetto-arsenale/progetto-arsenale/

Video di: Adriano De Vita – Faro Venezia
farovenezia.org/ – Per il Forum Futuro Arsenale

Materiale iconografico storico: IVESER
iveser.it/

I traghetti da parada a Venezia

I traghetti da parada a Venezia sono stati per secoli il principale mezzo per attraversare il Canal Grande, che taglia in due la città.

Il video registra una degli incontri organizzati dall’associazione El Felze, che raccoglie gli artigiani impegnati nel sistema-gondola:, per la costruzione manutenzione delle barche, gli arredi, i remi e le forcole, le decorazioni, gli abiti.

Quello che risulta chiaramente è che non si tratta di una sopravvivenza fokloristica, come molti credono. I traghetti a remi infatti:

– sono più efficienti ed economici del trasporto pubblico;
– costano 2 euro per traversata (70 centesimi per i residenti);
– creano un notevole indotto per la loro costruzione e manutenzione;
– mantengono vive le tecniche e i saperi tradizionali;
– combattono il moto ondoso con rischi e i danni che ne derivano (funzionano come i dissuasori   di velocità nel traffico urbano;
– creano lavoro per più di 400 gondolieri e 160 sostituti;

Sostenerli o abbandonarli è quindi una precisa scelta politica che a sua volta rivela un modello culturale e la concezione della città sostenuta dalle amministrazioni che la guidano

Interventi di:
Saverio Pastor, remér e presidente dell’ associazione El Felze
Aldo Reato – presidente Bancali e Associazione Gondolieri
Cesare Peris – gastaldo Società Mutuo Soccorso Carpentieri e Calafati

Video realizzato da Adriano De Vita per Faro Venezia

Tarvisium Gioiosa

A Treviso ha iniziato ad operare una associazione, Tarvisium Gioiosa, che si propone di documentare e recuperane la bellezza nascosta sui muri della città, l’urbis picta, la città dipinta.

tarvisium gioiosa 2

Strana cosa questa invisibilità. Affreschi e decorazioni murali sono presenti da sempre e sono sotto gli occhi di tutti, anche speso molto deteriorati e in stato di abbandono. Ma tra il vedere e il guardare c’è differenza. Vedere è un atto meccanico dovuto al fatto di avere gli occhi aperti. Guardare è un atto intenzionale, che esprime interesse, motivazione, cultura. Per guardare bisogna essere “svegli”.

In questa breve intervista Nicoletta Biondo e Giampiero Presazzi, ci danno l’idea concreta delle motivazioni di Tarvisium Gioiosa e ci fanno guardare con altri occhi i muri della loro bellissima città.

Negli anni sessanta, l’epoca del boom edilizio, nessuno guardava perché si trattava di costruire e basta e gli edifici storici venivano percepiti come un ostacolo al progresso e al nuovo benessere. Questo modello culturale è ancora presente e forte, ma oggi è nata e si sta diffondano una sensibilità nuova, che valorizza la storia dei luoghi e la volontà dei cittadini di prendersene cura.

Questo sta avvenendo con modalità diverse a seconda si contesti locali. Nella presentazione delle attività di Tarvisium Gioiosa ho visto un evidente entusiasmo da parte dei dei cittadini, degli artisti e restauratori e dell’assessore alla cultura. Non è così a Venezia, dove spesso la volontà di “prendersi cura” e di partecipazione della cittadinanza si scontra con la consolidata abitudine delle istituzioni di prendere le decisioni rilevanti nelle segrete stanze, con rarissime eccezioni.

Dal sito di Tarvisium Goiosa:

Concept
“Tarvisium Gioiosa è un progetto a lungo termine che mira in primis alla conservazione e messa in sicurezza degli intonaci dipinti, grazie al contributo della comunità , delle istituzioni pubbliche e private. Il punto focale di questa campagna è lo sviluppo di una mentalità sensibile e coscienziosa riguardo alla tutela dei propri beni artistici , in uno spirito di “mutuo soccorso” collettivo , sentito dalla piccola città di provincia fin ad organismi internazionali. Di pari passo si attueranno campagne corrette e regolari sulle opere in degrado, permettendo di operare in tempi adeguati e con costi contenuti su un maggior numero di palazzi.” (leggi tutto qui)

Manifesto in PDF

Progetti

Stiamo lavorando a tanti progetti, grazie alla collaborazione di associazioni, appassionati, amministrazione pubblica, professionisti ed aziende che hanno aderito a Tarvisium Gioiosa.

I progetti che si stanno studiando riguardano:

  • restauro e conservazione corrette e naturali; metodologie e materiali rispettosi delle opere d’arte e dell’ambiente.
  • Sicurezza in ambito di processi artisti moderni con particolare attenzione alla street art ed alle decorazioni murali.
  • Il gioco come fonte di accrescimento dei bambini e degli adulti. Imparare l’arte, la storia, le tradizioni, le tecniche artistiche , la sensibilità alla conservazione diventano facili se insegnate giocando.
  • Nuove opere pittoriche in un connubio di antichi saperi e nuove pratiche artistiche , si uniscono per far tornare i colori e l’arte sulle nostre città.
  • Prodotti ed oggetti naturali , che eticamente nascono per distinguersi con il logo Tarvisium Gioiosa.
  • Giornate dedicate a Tarvisium Gioiosa ed il patrimonio culturale.
    Questi sono i principali temi ed argomenti a cui ci stiamo dedicando , selezionando le imprese ed associazioni con cui collaborare per portare a buon fine i progetti.

Leggi tutto qui

Pecepire l’Arsenale

Video-testimonianze raccolte in Arsenale in occasione della festa/apertura del 25-26-27 aprile 2014

Questo video realizza una sorta di Focus Group informale, cioè una raccolta sensazioni e pensieri, più spontanei che ragionati, finalizzati ad esplorare un tema o problema. Ne risulta una immagine collettiva “sottopelle” delle percezioni dei veneziani sull’arsenale. Di questa immagine è necessario partire quando ci si pone il problema di fare scelte di governo sul futuro di questa parte della città se si vuole che queste scelte siano saldamente agganciate al sentire della popolazione. Non farlo significa cadere nella deriva tecnocratica che consiste nell’affidare un problema ad un gruppo di specialisti che tendono inevitabilmente ad espropriare la popolazione del diritto di parola e di scelta.

Ma l’ascolto di una testimonianza non è mai una cosa semplice perché ogni cosa detta viene capita ed elaborata in modo diverso da chi la ascolta. Inoltre l’esperienza che le persone intervistata esprimono è – in quanto esperienza – non discutibile: un buon ascolto deve sempre essere non-giudicante. Il suo scopo è la comprensione di quello che i testimoni tentano di esprimere, non di stabilire se hanno regione o torto e meno che mai se siamo in accordo o disaccordo con loro. Il buon ascolto richiede rispetto incondizionato e questa una cosa difficile da praticare.

Le interviste si basano su due domande uguali per tutti: “C’è un ricordo che ti lega all’Arsenale?” e “Come vorresti che diventasse l’Arsenale?”.

Dalla prima domanda ricaviamo sostanzialmente ricordi d’infanzia per le persone più anziane o vaghe impressioni del periodo in cui un battello del trasporto pubblico lo attraversava senza fermarsi. Le immagini più frequenti sono quelle di un luogo chiuso e proibito circondato da alte e incomprensibili mura, un luogo magico visto con occhi di bambino e un luogo proibito visto da un adulto. La lunga chiusura del luogo ai cittadini ne ha provocato la scomparsa dalla mappe psichiche sulle quali si fonda il senso di appartenenza ad una città. Un luogo che ci è familiare quando possiamo percorrerlo anche ad occhi chiusi, ma oggi i veneziani stessi dentro l’Arsenale perdono l’orientamento, non sanno dare un nome ai luoghi e non trovano l’uscita. Quando avviene questo il processo di espropriazione si è compiuto.

Come vorresti l’Arsenale?

Come logica conseguenza della chiusura di un luogo pieno di fascino la quasi totalità delle testimonianze insiste sulla sua apertura alla cittadinanza. Nessuno intuisce il rischio che una apertura incondizionata possa semplicemente portare all’invasione del turismo di massa, ma le risposte seguenti chiariscono bene che questa non è una disattenzione, ma semplicemente una cosa “impensabile” perché l’apertura deve servire di “farlo rivivere” con attività che “ne ne riproducano la tradizione” ovviamente in chiave moderna.

Su che cosa fare dentro l’Arsenale, una volta aperto, le idee si possono raggruppare su pchi temi, declinati in modo simile da tutti:

Spazio per giovani.

Uno spazio che attiri i giovani e dia spazio alle loro idee, capacità e creatività, li faccia vivere bene. Le proposte comprendono, spazi e attività per bambini, luoghi per artisti a basso costo, laboratori artigiani di ogni genere, attività sportive di ogni genere ma specialmente legate al mare: nuoto, voga e vela). Parco pubblico con aree verdi. Attività educative. Il grandissimo successo del laboratorio di ceramica dei Bochaleri (si veda la parte centrale del filmato) attivato negli stessi giorni nei quali sono state realizzate le interviste non fa che rafforzare l’idea che siamo difronte ad un grande bisogno, molto sentito da tutti, al quale la città oggi non sa dare una risposta adeguata. Per chi non vuole rassegnarsi al progressivo invecchiamento dei residenti e alla fuga delle giovani famiglie questo è un obiettivo primario.

Cultura e centro civico.

Un secondo blocco di risposte si concentra sulle attività culturali: musica, arti di ogni genere, convegni, manifestazioni. Queste attività a Venezia non mancano affatto e inoltre l’Arsenale è già sede delle Biennale e del Museo Navale che è recentemente passato sotto la direzione dei Musei Civici. Forse queste richieste si possono interpretare nel senso di produzioni culturali più vicine alla popolazione; che funzionino come polo di attrazione e animazione per i veneziani. Le grandi istituzioni culturali spesso sono sentite come lontane e orientate al mondo intero. La natura concentrata del luogo poi suggerisce l’idea del campus o del distretto della cultura che favorisca gli incontri, le frequentazioni la fertilizzazione reciproca tra gli artisti e tra loro e la cittadinanza in modo da favorire la produzione artistica e non solo la semplice fruizione. Inoltre manca un vero centro civico cittadino e le numerosissime associazioni attive in città spesso non hanno una sede adeguata. Il grande successo dello spazio nella ex libreria Mondadori a San Marco, ora scomparso, testimonia ampiamente la presenza di questo bisogno.

Infine il lavoro.

Chi ne parla suggerisce attività artigianali di vario tipo, ma soprattutto legate all’heritage, agli antichi mestieri, alle professioni legate alla nautica e al mare, ma anche attività di ricerca e sviluppo tecnologico. Se l’esigenza di base è quella della ri-appropriazione dell’Arsenale da parte della città il lavoro dovrebbe essere al primo posto perché il complesso è sempre stato essenzialmente un luogo di lavoro e per questo era al centro anche della via sociale del quartiere. Invece questo tema è meno citato rispetto ai primi due. Come mai? Potrebbe essere che a Venezia il lavoro è legato ormai da tempo al turismo e che non lavora in questo settore lo fa nella sanità, nel pubblico impiego, nella scuola, nelle professioni di servizio. Vuol dire che attività imprenditoriali non turistiche, stat-up di giovani, professioni legate alla tecnologie sono ormai considerate così “lontane” dall’ambiante veneziano da essere divenute impensabili?

Non deve sorprendere infine che i desideri espressi siano piuttosto generici: i problemi da affrontare anche solo per cominciare a concretizzarli sono molto complessi. Non sembra esistere una vera consapevolezza del fatto che il futuro dell’arsenale è legato alle scelte politiche di fondo di chi governa la città. Gli unici due intervistati che si sono spinti più avanti si questa strada sono infatti persone che “pensano” l’Arsenale da diverso tempo: la proposta della Fondazione in Partecipazione come strumento di governance condivisa (Pizzo) e l’Arsenale come centro della città metropolitana (Wanner). Sviluppare frequenti occasioni di dialogo e confronto con la cittadinanza sui modi di attuazione delle idee espresse è un lavoro faticoso, ma anche l’unico modo per favorire in formarsi di una progettualità cittadina realmente sentita, diffusa e condivisa.

Adriano De Vita

Video della prima Passeggiata patrimoniale all’Arsenale

Video della prima passeggiata patrimoniale all’Arsenale realizzata il 27 giugno 2014 con circa 40 partecipanti e 6 testimoni diretti. Il video è stato realizzato dall’Ufficio Arsenale a cura di Alessandro Zanchini del Servizio Videocomunicazione del Comune di Venezia con la collaborazione di Prosper Wanner.

Visibile anche nel sito dell’Urban Center Virtuale dell’Arsenale:
http://arsenale.comune.venezia.it/?p=1469

Da Youtube si può condividere liberamente su altri siti o FaceBook

Poveglia: l’isola che c’è

L’isola di Poveglia è stata messa in vendita. Un gruppo di veneziano ha subito sentito questa vendita come una ferita e ha dato vita ad una associazione che ha lo scopo di raccogliere fondi sufficienti per partecipare all’asta pubblica. E’ del tutto paradossale che un bene già pubblico debba essere acquistato per evitare che divenga l’ennesimo albergo e sia così precluso alla cittadinanza. La cosa è nata quasi come una provocazione un po’ utopica, ma l’iniziativa ha raccolto in pochi giorni moltissime adesioni, anche da altri paesi, e il progetto si è velocemente concretizzato.

Questo è un esempio di come Venezia si sta velocemente trasformando in un eccezionale laboratorio di idee e iniziative che ruotano attorno al tema dei beni comuni e della qualità della vita. Non è un caso perché il modello della monocultura turistica sta semplicemente distruggendo la città ed è vicino – se non lo ha già superato – al punto di non ritorno che porterà la città ad essere contemporaneamente sovraccarica di persone e priva di abitanti.

Che i veneziani si stiano svegliando dall’incantamento autodistruttivo che li ha dominati negli ultimi vent’anni?

I due video seguenti illustrano il progetto (il primo) e le motivazioni che hanno favorito la grandissima partecipazione al progetto(il secondo):

Sono quattro i punti fondanti irrinunciabili del progetto;  la sua “carta costituzionale” (dal sito dell’associazione Poveglia per tutti):

  1. La parte verde dell’isola sarà dedicata a parco pubblico liberamente accessibile e gratuito, e ad orti urbani.
  2. La parte edificata dell’isola, che può produrre utili -le cui caratteristiche e limiti etici decideremo insieme, in coerenza con questi punti fondanti- servirà a ripagare i costi di gestione della parte pubblica.
  3. La gestione dell’isola sarà no-profit ed eco-sostenibile. Tutti gli utili saranno quindi reinvestiti sull’isola stessa.
  4. Qualora dovessimo vincere l’asta, la quota sottoscritta darà diritto a partecipare equamente alle decisioni sulle sorti di Poveglia ma non è, e non sarà da intendersi in futuro, come forma di partecipazione agli utili, né quota azionaria, né fonte di privilegio alcuno per nessun associato.

Links ai siti dell’associazione:
http://www.message-in-a-bottle.org/
http://www.facebook.com/povegliapertutti/

Breve storia dell’isola
Foto dell’isola (Flickr)

 

Patrimonio intangibile e comunità patrimoniali

di: Adriano De Vita

La Convezione di Faro introduce molte novità in tema di valorizzazione del patrimonio, in particolare aprono molte prospettive i concetti di “patrimonio intangibile” e “comunità patrimoniali”. L’intangibile si riferisce al significato degli oggetti. Le cose in quanto tali sono del tutto prive di significato perché i significati vengono sempre attribuiti dalle persone.

Un mattone, ad esempio, assume significati diversi a seconda delle persone che lo considerano: per un muratore è materiale di costruzione, per un chimico è argilla cotta in forno, per un ladro è un mezzo per rompere una vetrina, per un archeologo può essere una testimonianza, ecc. La differenza tra un “mucchio di pietre” e “una cattedrale” è stabilità dalle persone, non è una proprietà dell’oggetto.

Una comunità può quindi essere intesa intesa come insieme di persone che attribuiscono gli stessi significati agli stessi oggetti o avvenimenti. Le comunità sono sempre comunità di “interpretanti”, cioè di produttori di significati.

Non si tratta di comunità forti come sono invece, per esempio, i monasteri, le sette, i clan, le comunità identitarie basate sull’affinità di sangue o sull’idea di patria-terra-madre. Nella società contemporanea, basata sull’individualismo e sulla tecnologia, comunità forti di questo tipo quasi non esistono più ed è un bene perché esse comportano perdita di identità e di responsabilità individuale a favore di quella collettiva. Nelle comunità forti l’obbedienza e il conformismo interno al gruppo prevalgono sull’etica, l’individuo non si considera più pienamente responsabile delle sue azioni, e questo è spesso alla base di di atteggiamenti razzisti, di intolleranza e violenza verso i non-membri del gruppo dei “noi”.

Le comunità patrimoniali sono invece comunità “deboli” , completamente integrate e partecipi della vita sociale più ampio di un paese, i cui membri si riconoscono sulla base di interessi e priorità comuni legate all’interesse per la propria storia, per i luoghi e le opera che la testimoniano, per il valore attributo alla cultura per la qualità della vita. Si tratta anche di comunità che attribuiscono grande valore al dialogo sociale e costruiscono identità collettive attraverso di esso.

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Video realizzato in occasione del workshop: A due anni dal Seminario “Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura”: punti fermi e rilanci”. A cura di: prof. Lauso Zagato Palazzo Malcanton Marcorà, Venezia, 2012

 

Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura

A due anni dal Seminario “Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura”  Il 12 dicembre 2012 abbiamo partecipato ad un interessante incontro sul tema delle diverse culture europee e su come sia la loro convivenza in un’Europa capace di valorizzarne le diversità integrandole in una sintesi più ampia.: “A due anni dal Seminario “Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura”: punti fermi e rilanci.” a cura di Lauso Zagato. La mattinata è stata dedicata agli interventi di molti tra gli autori del testo da cui ha preso il nome il workshop: Monica Calcagno, Maurizio Cermel, Pietro Clemente, Bernardo Cortese, Sandra Ferracuti, Marco Giampieretti, Giovanni Goisis, Daniele Goldoni, Valentina Lapiccirella Zingari, Marco Pedrazzi, Enrica Rigo, Michele Tamma. Nel corso del workshop è stato presentato il libro: Zagato Lauso, Vecco Marilena (a cura di) (2011) Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura. Francoangeli, Milano .

Prendendo spunto dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il volume approfondisce il rapporto tra Europa e cultura. Vengono posti in evidenza la difficile ricerca e identificazione del “retaggio culturale comune” dei popoli europei, il valore aggiunto che l’Europa della cultura può dare alla conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale, e le sue ricadute sul piano delle relazioni economiche internazionali. Abbiamo realizzato alcuni video degli interventi e delle discussioni del pomeriggio. Tutti i video in una pagina dedicata al convegno su Vimeo con la sintesi scritta degli interventi:

ZagatoLauso Zagato ( Università di Venezia): “introduzione alla collana editoriale “Sapere l’Europa, sapere d’Europa”

 

d'alessandroAlberto D’Alessandro (Consiglio d’Europa): Il Consiglio d’Europa: cultura e diritti umani”.

 

sciacchitano 1Erminia Sciacchitano: “Governance e sistemi di partecipazione al governo e gestione del patrimonio culturale – parte I”

 

sciacchitano 1

Erminia Sciacchitano: “Governance e sistemi di partecipazione al governo e gestione del patrimonio culturale – parte II “

 

de vita 1Adriano De Vita (1) – Faro Venezia: “Patrimonio intangibile e comunità patrimoniali”

 

de vita 2

Adriano De Vita (2) – Faro Venezia: “Le ‘bolle culturali’ come ipotesi forte per promuovere l’identità comune europea”.

 

lapiccirellaValentina Zingari Lapiccirella : “Verso la rete (trans-)nazionale delle espressioni del patrimonio culturale intangibile”.

 

goldoni

Daniele Goldoni (Università di Venezia): “É vero che la cultura di mantiene da sola?”