Articolo originale pubblicato in francese sulla rivista dell’Osservatorio delle Politiche Culturali – OPC – il 26 febbraio 2026 all’indirizzo: Trois figures du patrimoine, entre subordination des personnes et démocratie. Versione italiana tradotta da Deep L Pro. e migliorata da A. Terracciano
Tra i monumenti storici classificati dallo Stato e il patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’UNESCO, la Convenzione di Faro ha aperto una terza via, nella quale le persone partecipano al processo di patrimonializzazione. Confrontando questi tre approcci, Jean-Michel Lucas riporta in primo piano questa sfida democratica: come condividere al meglio ciò che costituisce il valore di un patrimonio culturale comune?
Quando arrivano le Giornate europee del patrimonio, le file d’attesa si allungano per approfittare delle opportunità di conoscere, o meglio ancora di ammirare, prestigiosi monumenti storici. Tuttavia, questo patrimonio culturale comune non è il miglior alleato della democrazia. Ce ne rendiamo conto confrontandolo con altre due figure del patrimonio: il patrimonio culturale immateriale (PCI) dell’Unesco e il valore del patrimonio culturale per la società della Convenzione di Faro.
Il patrimonio degli oggetti di valore
È opinione unanime che i monumenti storici abbiano un valore intrinseco, quindi oggettivo, che si impone su tutte le soggettività. È stata una scelta politica della democrazia rappresentativa quella di identificare il patrimonio comune attraverso oggetti di grande valore. Con la legge del 19131 sui monumenti storici1, la conseguenza è stata che solo alcuni specialisti selezionati dallo Stato possono essere autorizzati a negoziare il valore di questi oggetti patrimoniali. Questa legislazione è stata particolarmente attenta ad escludere da queste negoziazioni qualsiasi altra persona della società. Così, la democrazia rappresentativa ha posto la persona, libera e degna, in una posizione di subordinazione patrimoniale, non riconoscendole alcun diritto al dibattito democratico sulla scelta dei valori del passato che dovrebbero guidare il nostro futuro comune.
L’Unesco, con la Convenzione sulla protezione del patrimonio mondiale, culturale e naturale del 19722, è andata ancora oltre, facendo individuare da alcuni specialisti oggetti che hanno, di per sé, un«valore universale eccezionale (VUE)» per l’umanità intera. Così, questa convenzione si è ben guardata dal chiamare in causa la comunità umana e le sue diversità culturali per deliberare su questo valore di umanità attribuito a beni materiali, anche aggiungendo, nel 2007, un nuovo obiettivo strategico che riguarda il ruolo delle comunità, ma limitato all’attuazione del VUE!
Lontano da ogni ideale democratico, questo patrimonio dal «valore di oggetti» mette da parte le persone nel momento stesso in cui si tratta di qualificare le tracce del loro passato per la nostra comune umanità.
Questa favola patrimoniale incentrata sugli oggetti non poteva convincere tutti gli esseri umani. È stata contestata facendo emergere una nuova figura del patrimonio culturale, questa volta legata alle persone.
La figura del patrimonio delle persone
Questa figura è emersa gradualmente all’Unesco per assumere forma ufficiale con la Convenzione sulla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 20033. In questo contesto, gli oggetti del patrimonio non hanno valore intrinseco. Essi diventano «patrimonio» solo se le persone e le loro comunità nutrono nei loro confronti «sentimenti di identità», attribuendo loro significati rispetto al proprio passato. Si tratta di un salto determinante ben descritto da Thomas Mouzard, responsabile per l’antropologia e il PCI presso il Ministero della Cultura4: questo patrimonio «è incarnato dalle persone, è impossibile salvaguardarlo senza di loro». Solo loro e le loro comunità hanno il diritto di dare un senso agli oggetti, quindi di far evolvere, quando lo desiderano, il valore che vi attribuiscono. Il patrimonio è una questione che riguarda le persone stesse; non è più un patrimonio di oggetti separati da esse.
Questa figura del patrimonio delle persone rivendicata dal PCI è presente anche nella Convenzione del 2005 del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, nota come “Convenzione di Faro”5. La persona e le sue comunità patrimoniali sono la fonte della qualificazione del patrimonio e, in questa fase, non vi sono differenze tra la Convenzione di Faro e la Convenzione PCI, come sottolinea Thomas Mouzard nel suo studio sul PCI: «Utilizzo il concetto di “comunità patrimoniale” nel senso della Convenzione del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, art. 2 (detta Convenzione di Faro, 2006): «La comunità patrimoniale è composta da persone che attribuiscono valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale che esse desiderano, nell’ambito dell’azione pubblica, preservare e trasmettere alle generazioni future.6»
A questo punto, le persone e le loro comunità sembrano essere al centro della determinazione del patrimonio culturale; non sono più in una condizione di subordinazione. Si potrebbe facilmente pensareche «identificare il PCI equivale quindi ad attuare una forma di democrazia culturale7 ». La Convenzione PCI e la Convenzione di Faro convergono nel riconoscimento del diritto al patrimonio delle persone.
Esse concordano anche sulla necessità etica che le persone e le loro comunità rispettino i valori comuni sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (DUDU) del 1948. Entrambe riconoscono che il patrimonio culturale acquista assume significato attraverso le interazioni delle persone tra loro e con il loro ambiente. A questo proposito, la Convenzione PCI e la Convenzione di Faro seguono lo stesso percorso, al punto che si potrebbero fondere le due per consolidare meglio la dimensione democratica della politica patrimoniale.
Il PCI e l’allontanamento dalla democrazia
Tuttavia, questa prospettiva è difficile da concepire quando si esaminano le procedure istituite dalla Convenzione PCI. In primo luogo, ogni persona, insieme alle proprie comunità, ha diritto al riconoscimento degli elementi del proprio passato. Tuttavia, è necessario presentare una richiesta espressa nei termini dell’Inventario nazionale del PCI. La procedura merita attenzione in relazione alle questioni democratiche.
Certo, questo «Inventario nazionale è la somma dielle richieste sociali» e le schede dell’inventario sono, fortunatamente, realizzate «grazie alla mobilitazione degli attori interessati (comunità, ricercatori, varie organizzazioni)». Tuttavia, la richiesta di iscrizione all’Inventario è ammissibile solo se convalidata approvata dagli esperti. Sono i responsabili scientifici a determinare stabilire se il patrimonio proposto dalle comunità abbia realmente un significato per la società.
Questa ripartizione dei ruoli tra comunità e responsabili dell’Inventario si basa sulla convinzione che, con il PCI, «il patrimonio è una cosa pubblica che risulta da un lavoro scientifico di oggettivazione in relazione a questioni soggettive». Da un lato l’oggettività (scientifica), dall’altro la soggettività (delle persone delle comunità). La Convenzione PCI si basa su questa epistemologia di un sapere disciplinare oggettivo che detiene il monopolio del significato pertinente delle tracce del passato per la società.
Ne consegue che le persone e le loro comunità devono attendere questa deliberazione accademica specialistica senza avere il diritto di contribuirevi. Le collaborazioni tra questi attori sono rientrano meno in rapporti di cooperazione che in rapporti di subordinazione. La dinamica democratica è bloccata dal rapporto leonino introdotto dal dossier d’ell’Inventario.
In secondo luogo, il seguito delle procedure stabilite dalla Convenzione PCI risponde alla stessa logica tutelare: un dossier redatto nel linguaggio delle scienze etnologiche e antropologiche, un elenco dei criteri richiesti, una convalida da parte dell’istanza esperta del valore oggettivo del patrimonio della comunità, senza alcuna deliberazione che coinvolga i richiedenti. A ciò si aggiunge una fase di valutazione da parte degli Stati dell’Unesco. Ora, se c’è un’istanza che non può pretendere di rispondere all’obbligo di obiettività oggettività rispetto alle questioni umanitarie sollevate dalla Convenzione, questa è proprio quella degli Stati.
Così, di procedura in procedura, la Convenzione PCI ha mancato la svolta democratica verso il “patrimonio delle persone“. Ha voluto basare la sua obiettività oggettività sulle conoscenze disciplinari, mentre la stessa letteratura scientifica esprime i suoi dubbi sulla pertinenza del concetto di PCI8.
La democrazia, cuore pulsante della Convenzione di Faro
La Convenzione di Faro, al contrario, fa della democrazia la sua ragion d’essere. Per apprezzarla basta aprire un quotidiano locale: vi si trovano troveranno brevi articoli sulle iniziative intraprese dalle associazioni. È questo il terreno fertile di Faro: «L’associazione Pen Ar Créac’h, organizzatrice di gare di bocce, annuncia una mostra fotografica per celebrare i suoi cinquant’anni di attività».
Se il comune firmasse la Convenzione di Faro, non chiederebbe all’associazione di compilare un pesante dossier per far riconoscere il suo patrimonio da parte di esperti. Questa è la prima differenza notevole rispetto alla Convenzione PCI. La collettività proporrebbe innanzitutto alla comunità di collaborare con risorse in grado di valorizzare la «mostra fotografica»: archivisti, storici, etnologi, documentaristi, fotografi, scrittori e… vicini! La lista delle possibili collaborazioni è lunga.
Questa proposta della collettività risponde alla vocazione emancipatoria della Convenzione di Faro: le persone della comunità dei giocatori di bocce devono poter formulare a modo loro, con il loro linguaggio e le loro espressioni, il significato della loro storia singolare specifica. Tuttavia, chiudendosi nella loro sola lettura del passato, le persone e le loro comunità lasceranno poche possibilità alle altre comunità di interagire con loro. La proposta di collaborazione apre nuove possibilità di relazioni con altre «espressioni» e «riflessi» del mondo; arricchisce le storie sia per sé stessi che per gli altri; amplia la gamma di fatti ed emozioni associati al passato.
Consente così alla comunità patrimoniale dei giocatori di bocce di ampliare i significati che desidera intende attribuire alla propria presenza nella città. In un certo senso, con tutte queste relazioni intersoggettive in atto, il patrimonio delle persone sarebbe meglio definito «eredità culturale» per sottolineare la dimensione sensibile di tutti questi «riflessi ed espressioni del passato», che non possono essere ridotti a un catalogo di “oggetti“!
Nel complesso, la Convenzione di Faro è un quadro politico di ospitalità in cui le azioni intraprese hanno valore solo se garantiscono la cooperazione delle risorse e assicurano l’eliminazione della si preoccupano di eliminare la subordinazione delle persone a conoscenze “oggettive” incaricate di determinare i significati patrimoniali al posto loro, come nel caso del PCI.
La diversità culturale come vincolo democratico
L’altra differenza fondamentale riguarda le sfide democratiche della diversità culturale. In un quartiere, un’associazione vende corsi di formazione sul maloya9 ma un’altra associazione di persone originarie de l’Isola La Reunion si oppone, ritenendo di essere l’unica legittimata a trasmettere tramandare questa tradizione. Il conflitto non può essere ignorato, né dal comune né dagli altri firmatari della Convenzione di Faro.
La responsabilità collettiva è quindi quella di ricordare i due principi della diversità culturale: 1) ogni persona, ogni comunità ha diritto al riconoscimento del proprio patrimonio culturale; 2) nessuna persona, nessuna comunità può aspirare a tale riconoscimento senza imporsi l’obbligo di riconoscere l’umanità dei patrimoni culturali degli altri, nell’ambito dello Stato di diritto democratico.
Questo vincolo è chiaramente formulato nell’articolo 3 della Convenzione di Faro: «I firmatari devono promuovere il riconoscimento del patrimonio comune dell’Europa, che comprende tutti i patrimoni culturali europei che nel loro insieme costituiscono una fonte condivisa di memoria, comprensione, identità, coesione e creatività». Ogni firmatario della convenzione, pubblico o privato, deve adottare le misure adeguate per rispettare questi due principi, aprendo il dibattito con i vicini dell’edificio le eredità culturali dei vicini del palazzo, della strada, del quartiere o di altri paesi. Ciò vale soprattutto se i «valori, le credenze, le conoscenze i saperi e le tradizioni» degli altri sono vissuti come intollerabili, per ragioni oggettive o per pure fantasie. Le due associazioni che praticano il maloya sono quindi chiamate a discutere, probabilmente alla presenza di «terzi di fiducia», garanti del rispetto dei principi della diversità culturale.
Come recita l’articolo 7 della convenzione, i firmatari dovranno «incoraggiare la riflessione sull’etica e sui metodi di presentazione del patrimonio culturale, nonché il rispetto della diversità delle interpretazioni».
Conciliazioni eque
Questa responsabilità non è affidata a un’istanza superiore che deciderebbe senza coinvolgere le persone, come nel caso del PCI. Questa responsabilità, quotidiana e permanente, si manifesta attraverso azioni sul campo coerenti con i valori della convenzione.
Naturalmente, le opposizioni non scompariranno magicamente… ma la democrazia di Faro non si sottrae: qui non c’è romanticismo nessun romanticismo qui10, ma bensì una responsabilità collettiva di garantire che il vicino non sia uno straniero che vive in un bunker di ignoranza degli altri. Ogni firmatario di Faro ha quindi la responsabilità di stabilire «processi di conciliazione per gestire in modo equo equamente le situazioni in cui valori contraddittori sono attribuiti allo stesso patrimonio da diverse comunità».
«Equamente»! Il compito è arduo e giustifica pienamente l’impegno politico della Convenzione di Faro: troppe persone e comunità hanno subito e continuano a subire dominazioni che hanno cancellato le tracce del loro passato. L’associazione il cui patrimonio culturale non ha dimenticato la storia del maloya ha tutto il diritto di denunciare i saccheggi e le appropriazioni indebite della sua danza, così come di negoziare condizioni eque che rispettino i principi della diversità culturale.
La Convenzione di Faro è una convenzione quadro: lascia alle persone e alle comunità, pubbliche e private, la responsabilità di attuare sul campo azioni adeguate, come sa fare la rete dei firmatari della convenzione, con il sostegno del Consiglio d’Europa11. Ma questo quadro è politico, non etnologico: non associa la cultura ai tratti specifici di una comunità che ne definirebbero, oggettivamente, l'”identità culturale“. Considera piuttosto la cultura come l’insieme delle identificazioni che le persone e le comunità propongono agli altri in condizioni di equità per fare umanità insieme, all’interno dello Stato di diritto… anno buono, anno cattivo nel bene e nel male!
Si deve quindi concludere che la Convenzione di Faro è una terza figura patrimoniale molto diversa dalle altre due: essa amplia lo spazio pubblico democratico integrandovi la discussione sul passato dei membri della società; invita ogni azione sul campo alla vigilanza democratica, individuando i confini che si insinuano subdolamente tra le persone e le loro comunità per giustificare chiusure identitarie, siano esse nazionali, religiose, etniche, di genere o di classe sociale.
È quindi comprensibile che, in un clima politico in cui i responsabili dello Stato potrebbero presto trasformare il fare del patrimonio culturale nel il «crogiolo di una grande nazione» , all’insegna dello slogan «Una nazione, un patrimonio», come promette il Rassemblement National, la posta in gioco della Convenzione di Faro sia fondamentale per la democrazia. Ciò è sottolineato nella petizione pubblica lanciata per ricordare l’urgenza democratica del patrimonio12, integrata dall’appello di Villeurbanne13 per «una governance condivisa del patrimonio, fondata sul riconoscimento reciproco e sulla responsabilità collettiva».
La Convenzione di Faro è quindi uno strumento prezioso per il Nuovo Patto Democratico avviato dal Consiglio d’Europa14 per contribuire alla “sicurezza democratica, ovvero alla resilienza delle nostre istituzioni, delle nostre libertà e dei nostri valori, che costituiscono la nostra prima linea di difesa contro le minacce attuali“.
In questo spirito, non sorprende che grandi città come Marsiglia, Nantes, Rouen, Villeurbanne e un numero sempre maggiore di membri della rete francofona di Faro esprimano la speranza di una società pacificata dal patrimonio culturale dalle eredità culturali di tutte le persone che ci fanno permettono di vivere insieme!
Jean-Michel Lucas, Professore associato in pensione. Consulente in politiche culturali. Ricercatore presso il Laboratorio dei diritti culturali.
- veda la Legge del 31 dicembre 1913 sui monumenti storici. https://www.legifrance.gouv.fr/loda/id/JORFTEXT000000315319 ↩︎
- Si veda l’articolo 1 della Convenzione, in cui il patrimonio culturale comprende i «monumenti: opere architettoniche, di scultura o di pittura monumentali, elementi o strutture di carattere archeologico, iscrizioni, grotte e gruppi di elementi, che hanno un valore universale eccezionale dal punto di vista della storia, dell’arte o della scienza» ↩︎
- Si vedano i testi fondamentali della Convenzione.Cfr. https://ich.unesco.org/doc/src/2003_Convention_Basic_Texts_2024_version_FR.pdf ↩︎
- Si veda l’articolo: « Le PCI est un patrimoine dynamique, vivant, qui n’est pas figé », del 22 aprile 2025
↩︎ - Vedi https://www.coe.int/fr/web/culture-and-heritage/faro-convention ↩︎
- Si veda Th. Mouzard, « Le patrimoine culturel immatériel et son double : les pratiques sociales au prisme de l’Inventaire participatif national (France) », Journal of the Institute of Arts and Cultural Studies, Latvian Academy of Culture, vol. 28, 2025. ↩︎
- Th. Mouzard nell’articolo « Le PCI est un patrimoine dynamique, vivant, qui n’est pas figé », op. cit. ↩︎
- Si veda J. Csergo e J. Roda, «Le patrimoine culturel immatériel en tension(s)», Sociétés & Représentations, n. 60, 2025. ↩︎
- Iscritto nel 2009 nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO, il maloya è al tempo stesso una forma musicale, un canto e una danza propri dell’isola della Riunione [NdR]. ↩︎
- Riprendo qui il giudizio formulato da J. Csergo e J. Roda sulla diversità culturale, in « Le patrimoine culturel immatériel en tension(s) », op. cit. ↩︎
- Si veda https://www.coe.int/fr/web/culture-and-heritage/faro-community. ↩︎
- Vedi https://modal-media.com/tribune-lurgence-democratique-du-patrimoine/ ↩︎
- Vedi https://modal-media.com/appel-de-villeurbanne/ ↩︎
- Vedi https://www.coe.int/fr/web/new-democratic-pact-for-europe/ ↩︎
