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Il Patrimonio dissonante – osservazioni e temi critici

Di: Silvia Chiodi

Intervento nel workshop DISSONANZE, aA cura dell’Associazione Faro Venezia
Tenutosi al Lido di Venezia il 4 dicembre 2023

L’articolo seguente è uno sviluppo di quanto esposto nel video.

Nella slide di apertura, accanto al sottotitolo “Osservazioni e temi critici” al patrimonio dissonante, ho volutamente posto un primo ed importante tema critico connesso alla distruzione di memorie non condivise: la creazione di un indice ideologico. Questo perché, come vedremo, il rischio c’è ed è molto forte e attuale.

Per introdurre il problema volevo soffermarmi sulla definizione di patrimonio dissonante. Il tema però è già stato affrontato da Lauso Zagato e da Giuseppe Maino a cui rinvio.

Ricordo solo che l’oggetto patrimoniale, in quanto oggetto, è di per sé neutro, non lo è in quanto patrimonio culturale. E’ il pensiero, l’idea, che si ha di quell’oggetto, la funzione di cui lo si ammanta etc. che può renderlo controverso per la comunità e/o per le persone o gruppi di persone ad essa estranea.

Faro Venezia ricorda, tra le altre cose, che tutti i vari casi di dissonanza si prestano molto bene ad essere occasioni di apprendimento del pensiero critico ed aperto. Attraverso la dissonanza è infatti possibile un’educazione al patrimonio per mezzo dell’adozione di un approccio critico, di dibattiti, di analisi che, in quanto tali, ci permettono, tra le altre cose, di capire perché un bene culturale viene o è stato percepito come controverso e al contempo di cercare di superare tale controversia.

Tutte le opere d’arte o meglio, tutto il patrimonio culturale – in quanto cultural – è di per sé potenzialmente controverso perché ha in sé la controversia insieme alla possibilità di non essere tale.

Poiché il patrimonio culturale in quanto portatore di valori, di simboli, di pensieri di ideologia, e di tanto altro ancora, non è neutrale le problematiche possono nascere anche da come lo presenti, come ne discuti e come ne parli.

Vorrei fare un esempio utilizzando una controversia che riguarda il discobolo Lancellotti. Reso all’Italia nel 1948, insieme ad altre opere illegalmente portate in Germania, ne è stata recentemente rivendicata la restituzione. La pretesa ha origine da una lettera in cui, da parte italiana, si richiedeva la base di marmo su cui poggiava la scultura. Richiesta a cui la Germania ha risposto richiedendo la restituzione dell’opera in quanto non trafugata ma venduta ad Hitler per volere di Mussolini (seppur vincolata dal 1909).

Ma perché ve ne parlo in questo contesto? In una mostra dal titolo Arte liberata. Capolavori salvati dalla guerra 1937-1947, allestita a Roma presso le Scuderie del Quirinale dal 16 dicembre 2022 al 10 aprile 2023, nella sezione Le esportazioni forzate e il mercato dell’arte troviamo il discobolo in questione.

Se il nostro sguardo si fermasse alla sola osservazione dell’opera d’arte contempleremmo la copia romana del celebre bronzo di Mirone e ne ammireremmo la bellezza e le forma. Ma se il nostro occhio superasse, come l’allestimento chiede, la statua, la stessa acquisirebbe di colpo un valore ed un significato profondamente diverso diventando potenzialmente controverso travalicando la prima potenziale domanda: a chi appartiene questa statua? Ponendone una seconda e più problematica: qual è il rapporto, se ve ne è, della statua con il nazismo e la sua ideologia? La risposta, a seconda del pensiero di chi la pone e risponde, cambia e può potenzialmente attribuire un carattere più o meno dissonante alla statua e provocare reazioni più o meno furiose.

Non mi soffermo su architettura e patrimonio dissonante e se Cadorna e Cialdini siano o meno stati criminali di guerra, ma sulla figura di Cristoforo Colombo e sulla diatriba che oggi lo riguarda: scopritore o colonialista?

Mente stavo preparando la lezione per l’Università, due opere, generalmente considerati miti, ma che tali non sono, scritti in sumerico e datati alla fine del III millennio a.C. (o sarebbe più inclusivo dire a.e.v = avanti l’era volgare) hanno attirato la mia attenzione proprio in merito alle questioni di cui sopra.

Ambedue le opere, intitolate dagli studiosi contemporanei: “Enki e il nuovo ordine del mondo” e “Enmerkar e il signore di Aratta”, non solo menzionano la presenza di colonie sumeriche che tentano, senza riuscirci, una ribellione (Aratta) o vengono “visitate” dal dio Enki durante una sua opera riformatrice “dell’ordine del mondo” e a cui il dio dispensa la sua benedizione o parole minacciose, elogiando le realizzazioni già ottenute. Colonie di cui conosciamo l’esistenza già dal periodo di Uruk (seconda metà del iv millennio a.C. ca) e nei cui testi in questione viene religiosamente giustificata l’esistenza e la funzione.

Documenti che, proprio sulla base di quest’ultima affermazione, dovrebbero essere condannati, distrutti, dimenticati.

Ma se così facessimo o se così fosse avvenuto noi avremmo perso due importanti documenti letterari ed al contempo a loro modo storici e fonti importanti per lo studio del colonialismo nell’antichità e che attestano che l’occupazione di territori oltre i confini nazionali non è caratteristica esclusiva del solo mondo occidentale, ma appartiene a molte culture e civiltà. Secondo alcuni studiosi, ad esempio, “l’espansione delle società di Uruk ha qualche somiglianza con l’espansione coloniale delle società europee nelle aree meno sviluppate del Terzo Mondo. Il fenomeno Uruk può essere caratterizzato come un primo esempio di un “impero informale” o “sistema mondiale” basato sullo scambio asimmetrico e su una divisione internazionale del lavoro organizzata gerarchicamente.”

Come tale, il fenomeno evidenzia l’importanza del dibattito e della discussione, oltre che di uno studio scientifico del tema, ed al contempo la necessità di una potenziale condanna dell’idea – in questo caso del colonialismo – che può svilupparsi in ogni cultura. In caso contrario, distruggendo ciò testimonia ciò che non ci aggrada, relegandolo alla sola cultura occidentale saremmo destinati ad una autodistruzione.

Problematiche simili le troviamo nella letteratura, nella mitologia, nei testi religiosi dove troviamo attestate idee e concezioni che oggi nessuno accetterebbe. Pensiamo, ad esempio al tema dello stupro. Un ratto famosissimo è quello di Europa per mano di Zeus. Violenza ricordata persino in una moneta europea (moneta di due euro greca) di cui però sembra che nessuno ne percepisca il valore negativo. Oltre a questo ricordiamo la pratica della schiavitù, il ruolo subalterno della donna, il problema dell’omosessualità e via dicendo.

L’importante è non distruggere ciò che la nostra sensibilità non accetta più, ma discuterne, discuterne e superare la problematica dandogli anche la giusta valenza storica e culturale. A tal uopo il bene culturale potrebbe essere utilizzato per favorire la formazione di un pensiero critico consapevoli che quel pensiero critico non è definitivo e potrebbe cambiare e svilupparsi nell’arco del tempo (e non solo in positivo).

Purtroppo non riesco a farvi vedere questo breve filmato– rimando perciò al link riportato nella slide – in cui tra le altre cose si menzionano le statue decapitate di Gudea, vissuto nel xxii secolo a.C. e che fu governatore della città di Lagash, con l’intento, secondo l’autore del filmato, di cancellarne la memoria storica.

Ora, al di là di Gudea, il senso della decapitazione, soprattutto delle statue che avevano ricevuto il cosiddetto rituale della apertura della bocca, era quello di “uccidere”, cancellandone la sua funzione. Quindi molto di più della cosidetta damnatio memoriae e della cancel cultur (se non quando applicata sulle tombe). In questi casi la statua non era considerata una semplice immagine o rappresentazione ma una duplicazione /sostituzione della persona di cui essa portava il nome. Essa era posta nel tempio, quando “il proprietario”, generalmente il sovrano, era ancora in vita con l’incarico di ricordare alla divinità cosa aveva fatto colui che rappresentava e chiedendo in cambio la vita; vita terrena e vita post-mortem. Per tale motivo, in teoria, la statua non poteva essere spostata dal luogo assegnatole anche con la morte del proprietario in quanto, attraverso la statua, il defunto continuava in qualche modo a vivere, ad essere presente in terra. Per questo l’iscrizione delle statue terminavano con delle maledizioni verso coloro che cancellavano il nome del proprietario, o la spostavano dal luogo in cui era stata posta e via dicendo. Certo non tutte le statue avevano subito il rito di apertura della bocca.

Dopodiché è chiaro che in una società multiculturale come la nostra si registra un surplus di sensibilità e di questo, per una serena convivenza, dobbiamo tenerne conto.

Il problema dei musei, soprattutto i grandi musei e non solo il British o il Louvre, sono stati per lo più impostati sulla base di una precisa filosofia della storia. L’idea infatti che sottende l’esposizione museale per lo più riflette le filosofie della storia e le ideologie del periodo.

Qual è stato il grande problema? Nasce dal fatto che se si continua ad esempio a esporre le opere d’arte secondo una visione storicistica di impianto Hegeliano o anche evoluzionista, non tenendo conto delle scoperte culturali e scientifiche avvenute nel frattempo che hanno cambiato dei presupposti teorici, significa che non solo si rischia di incorrere in un errore espositivo, ma anche offendere e calpestare la sensibilità di diverse persone e popoli. Se io ad esempio colloco l’arte sumerica vicino all’arte delle popolazioni oggi chiamate illetterate, ma allora “primitiva”, sto ponendo queste ultime, come gran parte anche del mondo africano, fuori da quella che chiamiamo storia, ma nella protostoria e / o preistoria con una precisa e parallela scala di valori culturali (i Sumeri, gli Egiziani e gli Assiri – Babilonesi ad esempio vengono collocati culturalmente prima dei Greci).

Se questo, sulle base delle conoscenze dell’800, poteva essere sostenuto, oggi le popolazioni illetterate vengono considerate contemporanee non più residui di una fantomatica preistoria e all’inizio della scala culturale.

ho fatto solo questo piccolo esempio e sono stata velocissima e forse anche troppo ma volevo proporvi delle provocazioni “riflessive”. Non solo di questi aspetti vorrei porre in evidenza non tanto il lato negativo e di protesta, ma quello positivo di crescita di consapevolezza e di rispetto. In caso contrario vi è il rischio distruttivo e di parallela creazione di un indice.

I più anziani fra noi si ricordano cos’era un indice culturale della chiesa cattolica e cosa ha significato questo per gli artisti, filosofi, musicisti, letterati, ma anche per i potenziali lettori.

Quindi attenzione al moralismo estremo. Usiamo il bene culturale per un dialogo, usiamolo il più possibile per conoscerci meglio, pensando che il mondo non è fatto di Buoni e Cattivi ma di tantissimi troppi grigi. Grazie.

D I S S O N A N Z E

Un incontro sul patrimonio dissonante.

Per patrimonio dissonante, o controverso, si intende un oggetto patrimoniale che può dare origine a interpretazioni conflittuali – o comunque in contrasto tra loro – da parte di gruppi socio-culturali diversi o dallo stesso gruppo che cambia idea nel corso del tempo.

Come esempi di patrimonio dissonante, si fa riferimento all’architettura (come la sede stessa di questo incontro) a monumenti, dipinti, oggetti etnoantropologici, ma anche il patrimonio culturale intangibile o personaggi storici come Cadorna, Cialdini (eroi o criminali di guerra? Cristoforo Colombo (scopritore o colonialista?)

  • La dissonanza può essere sincronica, diacronica o di potere:
  • É sincronica quando si manifesta nello stesso momento tra gruppi diversi.
  • É diacronica quando lo stesso gruppo cambia idea nei confronti di uno stesso oggetto patrimoniale.
  • É di potere quando si ha discordanza su chi ha il diritto di includere o escludere qualcosa da una lista di oggetti patrimoniali, oppure – in senso più radicale – quando il contrasto riguarda il diritto di decidere se una cosa è «patrimonio» oppure no.

Per chi si collega in remoto il link su Googel Meet è questo:
https://meet.google.com/dmj-iojc-zko

Patrimonio dissonante e divisività assoluta

A proposito di un articolo segnalato nel sito di Faro Venezia (Autore Lauso Zagato)

daniela ortiz, patrimonio controverso o dissonante

1. Un importante intervento dell’artista peruviana Daniela Ortiz

La scorsa primavera è stato meritoriamente inserito nel sito di Faro Venezia il richiamo ad un articolo pubblicato dal Manifesto al tempo della sindemia, nei mesi finali del 20211; si tratta dell’intervista all’artista peruviana Daniela Ortiz da parte dalla giornalista Lucrezia Ortolani a proposito del significato del patrimonio dissonante di origine coloniale oggi.

Ciò conferma l’attenzione di Faro Venezia per un problema nodale del patrimonio culturale tutto, (tangibile e non), attenzione del resto desumibile dal fatto che una delle FAQ dedicate dall’Associazione alla Convenzione di Faro, la 12 (II), è dedicata proprio alla nozione di patrimonio dissonante. Invero, la radicalità dei problemi in gioco configge con la pericolosa conferma di una tradizione improntata ad un rigido conservazionismo nei confronti del patrimonio ereditato.

Dice la Ortiz all’inizio della sua intervista, “vogliono mantenere viva la tradizione colonialista, la conservazione del patrimonio è solo una scusa”. Non sono del tutto sicuro dell’esattezza della seconda parte del ragionamento, nel senso che spesso non si tratta di scuse, ma di una adamantina certezza nella sacralità e ad un tempo neutralità delle vestigia patrimoniali2, di qualsiasi origine e natura. L’effetto comunque non è diverso: un patrimonio, materiale e non, e dietro a questo un blocco di memorie legate a determinate epoche e fasi storiche, e ideologie al tempo dominanti, devono a detta del pensiero dominante essere mantenuti come tali in nome della supposta neutralità dell’arte. Ripeto, quando una simile posizione è portata avanti dai cultori della conservazione dura e pura, sempre e dovunque, ne va rispettata la coerenza. Peraltro, abbiamo avuto tutti agio di notare come in vari casi siano proprio quanti si dichiarano a favore di un approccio cosiddetto liberista in materia, per cui tutto risulta sacrificabile alla globalizzazione delle arti e delle culture (e soprattutto dei commerci in tale ambito) a porre un rigido caveat ove vengano messi in discussione quei profili patrimoniali che più drammaticamente simboleggiano l’avventura spaventosa dell’Europa nei secoli della conquista.

2. La lezione della professoressa Ben Ghiat: Davvero l’eredità monumentale del fascismo sarebbe costituita da “merely depoliticized aethyetica objects” (oggetti di valore estetico ormai privi di valenza politica)”?

Di qua la doverosa presa di distanza, a mio giudizio, dalla (troppo) ampia levata di scudi, al limite dell’indignazione, che ha accolto a suo tempo in Italia la pubblicazione dell’articolo della professoressa Ben Ghiat’3. Cosa diceva di così dissacrante la studiosa americana? Non accusava la cultura italiana di essere ancora impregnata di fascismo (e in questo era casomai troppo ottimista, alla luce della cupa realtà attuale del nostro Paese). Il suo punto era che la cultura italiana trattava l’eredità monumentale del fascismo come “merely depoliticized aesthetic objects”, con l’effetto di non comprenderne la valenza politica, che peraltro rimaneva (e rimane) ben chiara ai gruppi di estrema destra4.

Vi è allora da augurarci che l’apertura al tema del sito di Faro Venezia, dando spazio alla chiarezza della presa di posizione da parte dell’artista peruviana, possa contribuisca allo sviluppo di un dibattito non limitato ai professionisti del patrimonio, ma che attraversi le comunità patrimoniali, a partire da quelle più vicine alla nostra esperienza, riconducibili al circuito veneto/lagunare.

3. Faro Venezia e Alleanza Una Venezia: definizioni a confronto

Mi soffermerei piuttosto sulla Risposta alla Faq 12 (II), di Faro Venezia (la Risposta, a seguire). Questa definisce patrimonio dissonante (o controverso) “un oggetto patrimoniale che può dare origine ad interpretazioni patrimoniali conflittuali o comunque in contrasto fra loro, da parte di gruppi socio-culturali diversi o dello stesso gruppo che cambia idea nel corso del tempo, oppure ancora di gruppi che dispongono di livelli di potere diversi”. Nel prosieguo, la Risposta individua le tre varianti della nozione: dissonanza sincronica, diacronica, di potere. Mentre il significato delle prime due è in qualche modo evidente, e comunque ci tornerò oltre, sottolineo l’importanza dell’ultima. Con l’espressione dissonanza di potere ci si riferisce alla presenza o meno di élites dominanti che abbiano il potere di definire cosa è e cosa non è patrimonio culturale. Una variante della dissonanza di potere riguarda la questione dell’inserimento o meno di espressioni culturali nelle varie Liste del patrimonio disciplinate dalle Convenzioni dell’UNESCO. Si aprono qui complesse interrelazioni tra il potere dei diversi Stati interessati (e delle entità sub-statuali) nel loro rapporto sempre difficile, spesso conflittuale, con le comunità viventi da un lato, con gli apparati delle organizzazioni internazionali dall’altro lato.

Non è un caso a mio avviso che proprio una associazione legata anche nel nome alla Convenzione di Faro e allo sviluppo delle comunità patrimoniali abbia saputo porre con chiarezza questa problema. Contro le aperture garantite da tale strumento giuridico /la CF intendo) ha mosso fin dall’inizio, e continua ad agire, un potere castale, onnipotente in alcuni Stati europei (che infatti non hanno ratificato la CF), ma operante anche in Stati che hanno scelto di ratificarla, operando in questo caso con il fine di renderne tendenzialmente nullo ogni possibile effetto concreto5.

Torniamo ora alla definizione di patrimonio dissonante data da Faro Venezia, considerandola nella sua interezza e confrontiamo questa definizione con quella fornita dall’alleanza Una Europa6. Questa si propone di cercare nuove chiavi di lettura (nonché strategie narrative), per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale dissonante inteso come “un patrimonio tangibile e intangibile che per il contesto storico in cui si è formato e i valori che esprimeva in passato è particolarmente difficile da raccontare e gestire”. Gli esempi fatti riguardano poi l’architettura coloniale e quella “voluta dai regimi totalitari”.

Prima di soffermarmi criticamente sul rapporto tra le due definizioni, sottolineo l’esistenza di un punto di confluenza tra loro: entrambe ci aiutano a fare chiarezza nel distinguere il fenomeno in esame dalla situazione del patrimonio conteso. Questa si verifica quando “due o più Stati, entità etnico-linguistiche, religiose, culturali, comunità di vario genere, entrano in conflitto circa l’appartenenza di un bene, di un sito, di singole (o di un complesso di) espressioni culturali, di cui le diverse Parti in causa si considerano legittime depositarie”7 per cause identitarie, di prestigio, economiche. Quest’ultimo è il caso della contesa tra Cambogia e Thailandia per il possesso del centro monumentale di Angkor Vat, contesa che ha conosciuto episodi, all’inizio del secolo, di vera e propria guerra. Nelle sue varianti, il patrimonio conteso rappresenta una situazione simmetrica a quella del patrimonio dissonante.

4. La forza dirompente delle divergenze: una (dura) ipotesi conclusiva

Fatta questa precisazione, a me pare che nel caso della definizione fornita da Una Europa siamo in presenza di una aspirazione, magari virtuosa, a ripulire la radicalità delle divergenze, che non tiene conto della forza dirompente, e operante anche al presente, di svariati fenomeni di dissonanza. La dissonanza in questa prospettiva si riduce così alla sua sola dimensione diacronica, riguarda ricadute al presente di fenomeni passati. Ma quid se la dissonanza è invece sincronica e, soprattutto, se – come nelle situazioni più radicali – è insieme diacronica e sincronica? Il sospetto è che chi ha scelto di muoversi su questo terreno abbia in realtà già deciso cosa sia memoria vivente e cosa non abbia più altro che carattere residuale. Ci si potrebbe persino chiedere, con un po’ di malizia, se qualche volta gli aspiranti “facilitatori” non costituiscano essi stessi un esempio di dissonanza di potere rispetto ai portatori delle specifiche situazioni di dissonanze (sincronica, diacronica, sincronico/diacronica) vivente.

Mi fermo, non senza porre una domanda che chiarisce meglio il mio pensiero: quando ci troviamo in presenza di profili patrimoniali intrinsecamente legati all’orrore del colonialismo (ritornando alla Ortiz), e a quello della schiavitù, non sarebbe lecito parlare piuttosto che di patrimonio dissonante (o controverso), di patrimonio radicalmente divisivo (o contestato)? E quindi: quale dovrà essere il modo corretto di confrontarsi con simili espressioni patrimoniali, una volta scartata la pura e semplice distruzione, che finirebbe paradossalmente per giovare a chi quel passato cerca di cancellare?

Note

1 Lucrezia Ortolani, “Daniela Ortiz, il conflitto mai sopito dietro i monumenti”, ne Il Manifesto, 10 ottobre 2021.

2 In particolare quelle presenti nei territori metropolitani. Per un esempio invece della scarsa considerazione – per usare un eufemismo – di cui godettero, in Italia, le opere d’arte e i referti patrimoniali provenienti dal territorio coloniale, o comunque extra-europeo, v. Marta Nezzo, “L’altra rovina, appunti sul destino degli oggetti non europei durante la seconda guerra mondiale”, in Carmelo Bajamonte, Marta Nezzo (a cura di), Arte e guerra. Storie dal Risorgimento all’età contemporanea, il Poligrafo, Padova, 2021, pp. 207-219.

3 Ryth Ben-Ghiat, “Why so Many Fascist Monuments still Standing in Italy”, in New Yorker, October 5, 2017.

4 L’articolo mi capitò tra le mani solo anni dopo, e mi indusse a scrivere un intervento, poi pubblicato: Lauso Zagato, “Sul patrimonio culturale dissonante e/o divisivo”, in Dialoghi Mediterranei, n. 55, on-line dal 1 maggio 2022, www.istitutoeuroarabo.it/DM/sul-patrimonio-culturale-dissonante-eo-divisivo/. Peraltro alcune delle cose ivi scritte (eravamo nei mesi del “black lives matter”) crearono attorno a quella presa di posizione un imbarazzato silenzio, anche da parte di persone a me vicine come impianto culturale di riferimento …

5 Il discorso non è improntato a paranoia. Un esponente qualificato della nomenclatura culturale del nostro Paese scrisse qualche anno fa, senza mezzi termini, che per fortuna l’Italia non aveva ratificato la CF lo avesse fatto in futuro, che non c’era alcun bisogno che lo facesse, ma che se , che non c’era alcun bisogno che lo facesse, ma che se lo avesse fatto in futuro sotto la pressione di qualche gruppo politico, esistevano e andavano usati gli strumenti per neutralizzarne ogni possibile effetto devastante. In altre parole, in caso di ratifica, bisognava disinnescare l’ordigno.

6 UNIBO Magazine, 10 novembre 2021, Rileggere e riscoprire il patrimonio culturale “dissonante”, https://magazine.unibo.it/archivio/2021/11/10/rileggere-e-riscoprire-il-patrimonio-culturale-201dissonante201d.

7 Zagato L., op. cit.

Lo sguardo dell’artista sul patrimonio controverso

Che le passeggiate patrimoniali (e attvità simili) siano molto popolari è un fatto positivo. Che il 90% dei temi posti dalla Convezione di Faro siano quasi completamente ignorati dalle autorità e anche dalle Comunità Patrimoniali è un altro fatto, ma meno positivo. Uno di questi temi riguarda il patrimonio controverso o”dissonante” (FAQ 1.12 Faro Venezia). Il patrimonio dissonante è una cosa buona da pensare, come direbbe Levi-Strauss. Sorge inevitabile il dubbio che si eviti di discuterne proprio per questo motivo.

Poi però succede che il tema che esca fuori, all’improvviso, in luoghi e forme inaspettate, come i fiumi carsici e le risorgive. La prima di queste emersioni che vi segnalo è il breve video diffuso da poco dal canale arte.tv che introduce bene l’argomento e mette fuoco il ruolo dei musei come custodi del dissonante. Già questo rinnova non poco l’idea corrente di “museo”.

Ma una novità ancora maggiore ci arriva – pochi giorni dopo – dal lavoro di una giovane artista. Per quanto ne so la peruviana Daniela Ortiz è la prima ad affrontare la questione del patrimonio dissonante prendendola di petto e scardinando alla base l’alternativa del diavolo tra “lasciamo tutto com’è e “buttiamo giù tutto”.

Cittadella di Spandau – mostra “Enthüllt – Rivelato”

«Vogliono mantenere viva la narrazione colonialista, la conservazione del patrimonio è solo una scusa». «Volevamo smettere di considerare Roma una città con un passato talmente potente da sovrastarci e immobilizzarci, desideriamo mettere l’eredità in dialogo con l’arte contemporanea (…) perché la nostra riflessione è legata alla permanenza di quei simboli egemoni risalenti all’Impero romano e all’epoca fascista, crediamo che la questione del colonialismo italiano non sia stata affrontata adeguatamente»

“Ho cominciato più di dieci anni fa, quando ho notato la presenza di un indigeno inginocchiato alla base del monumento a Cristoforo Colombo a Barcellona. Mi ha colpito la sua rappresentazione così paternalistica e ho deciso di girare un video durante il 12 ottobre, la festa nazionale spagnola che commemora il giorno della scoperta dell’America – una celebrazione che peraltro non è stata istituita da Franco ma dal partito socialista negli anni ’80″

Il pensiero-azione, tipico delle performance artistiche, ci mostra come i modelli di pensiero che hanno dato origine ai beni controversi sono evolutivi e non statici. Il non-pensiero degli approcci ideologici è molto rigido e non tollera alcuna evoluzione. E’ proprio per superare questa rigidità, che genera violenza, che il patrimonio dissonante ci torna utile. Però si rischiano ritorsioni violente, anche in paese apparentemente democratici.

“Dopodiché ho cominciato a ricevere molte minacce sui social, come avviene a tutte le militanti anticolonialiste e antirazziste. La situazione è diventata più pesante quando ho scoperto che uno di questi gruppi mi stava monitorando ed era a conoscenza di numerosi dettagli della mia vita privata (…) ho capito che era troppo pericoloso restare. Così sono tornata in Perù.”

Le citazioni di Daniela Ortiz sono tratte da:
Daniela Ortiz, il conflitto mai sopito nascosto dietro i monumenti
Intervista. L’artista peruviana a Roma racconta la sua performance
https://ilmanifesto.it/daniela-ortiz-il-conflitto-mai-sopito-nascosto-dietro-i-monumenti/

Intervista video su LOCALES:
https://www.localesproject.org/agire-lo-spazio-pubblico-pratiche-artistiche-decoloniali/