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FAQ 13 – E’ vero che la Convenzione di Faro può renderci sudditi delle religioni? E’ una resa di fronte a religioni provenienti dall’esterno?

I diritti culturali e di conseguenza il diritto al patrimonio culturale formano con l’insieme dei diritti umani fondamentali un insieme indissociabile, interdipendente, intimamente legato quanto inalienabile per garantire le libertà e la dignità delle persone.

I diritti culturali non possono, in quanto diritti umani, essere invocati, né politicamente né giuridicamente, per limitare l’applicazione degli altri diritti fondamentali. Al contrario, garantiscono che la diversità culturale non venga utilizzata per mettere in discussione l’universalità e che, al contrario, l’universalità non serva da pretesto per reprimere la diversità. I diritti culturali si fondano sul rispetto della diversità culturale e su quello dei valori universali.

La convenzione è un quadro che non permette il relativismo culturale, il separatismo o di renderci suddetti di una cultura qualsiasi come dicono gli avversari della Convenzione.

FAQ 12 – Che cosa si intende per patrimonio dissonante?

In termini generali, per patrimonio dissonante, o controverso, si intende un oggetto patrimoniale che può dare origine a interpretazioni conflittuali o comunque in contrasto tra loro, da parte di gruppi socio-culturali (gruppi) diversi o dallo stesso gruppo che cambia idea nel corso del tempo oppure ancora da gruppi che dispongono di livelli di di potere diversi. Un tipico esempio di patrimonio dissonante sono le opere architettoniche lasciate dalla dittature quando le società diventano democratiche.

Il fatto che si tratti di una espressione inconsueta, o forse ambigua, ci induce ad offrire un suo approfondimento. Per patrimonio dissonante, o controverso, si intende un oggetto patrimoniale che può dare origine a interpretazioni conflittuali – o comunque in contrasto tra loro – da parte di gruppi socio-culturali (gruppi) diversi o dallo stesso gruppo che cambia idea nel corso del tempo. La dissonanza può essere sincronica, diacronica o di potere.

  • É sincronica quando si manifesta nello stesso momento tra gruppi diversi.
  • É diacronica quando lo stesso gruppo cambia idea nei confronti di uno stesso oggetto patrimoniale.
  • É di potere quando sono discordi su chi ha il diritto di includere o escludere qualcosa dal da una lista di oggetti patrimoniali oppure – in senso più radicale – quando in contrasto riguarda il diritto di decidere se una cosa è patrimonio” oppure no.

Una dissonanza sincronica avviene, ad esempio, in Italia per i numerosi lasciti dell’architettura di epoca fascista che stimolano interpretazioni molto diverse a seconda dell’orientamento politico di chi li osserva. Un altro esempio sono le statue di personaggi storici famosi che assumono significati diversi per gruppi diversi. Così le statue di Cristoforo Colombo negli usa possono essere ammirate, ma anche attaccate e distrutte perché Colombo può essere ammirato in quanto scopritore dell’ America, ma attaccato in quanto iniziatore del genocidio dei nativi americani. Va notato che Colombo non fu personalmente responsabile di alcun genocidio, ma può essere comunque attaccato in base alle convinzioni esistenti, anche se false. Il concetto stesso di “scoperta” è controverso in quanto rivela un pensare eurocentrico e, più o meno consapevolmente, colonialista.

La “costruzione” del patrimonio

Si tratta quindi di capire come i significati vengono “costruiti” e guidano le azioni individuali e collettive. Il patrimonio controverso può essere prezioso nelle attività educative che intendono sviluppare autonomia e consapevolezza critica nelle persone. In particolare si dimostra in questi casi come le “cose” in loro stesse non abbiano alcun significato “incorporato” perché i significati sono costruzioni sociali che cambiano nel tempo, a seconda dei diversi gruppi sociali e del potere che esprimono. Il patrimonio è un concetto in perenne divenire e va considerato come un processo sociale e storico.

Tutte le rivoluzioni sono culturali

La dissonanza diacronica si vede molto bene nel caso di importanti rivoluzioni politiche che sono sempre anche culturali. Tutti i rivoluzionari sentono il bisogno di distruggere i simboli del regime passato, distruggere beni archeologici, riscrivere i testi di storia, e sviluppare narrazioni identitarie del tutto nuove. Nei casi più radicali si assiste anche a tentativi di costruire “l’uomo nuovo” e questo può comportare – oltre alla distruzione dei lasciti fisici del passato – anche uccisioni di massa degli degli uomini “vecchi”. Questo è avvenuto i Cina durante la rivoluzione culturale. Forse è utile ricordare che la rivoluzione culturale cinese prese lo spunto iniziale proprio da un patrimonio dissonante e cioè le diverse interpretazioni che vennero date per la rappresentazione di un dramma storico rappresentato nel 1965, La destituzione di Hai Rui . Esistevano ovviamente motivi ben più profondi di tensione nella Cina di allora, ma quello che poteva sembrare un banale dibattito sul teatro funzionò come trigger – grilletto o evento scatenante, che mise in luce le diverse concezioni della società che stavano maturando.

Dissonanza come potere di inclusione ed esclusione

La dissonanza si manifesta anche come potere di includere qualcosa in una lista di “patrimoni” e che cosa esludere. Per esempio nella cittadina belga di Aalst si celebra un famoso carnevale che dura tre giorni. Per decisione Decision of the Intergovernmental Committee: 14.COM 12 (Bogotá, 2019) il carnevale di Aalst è stato escluso dalla lista UNESCO dei patrimoni intangibili dell’umanità a causa delle sue continue espressioni di antisemitismo, espressioni offensive, celebrazioni del nazismo e altre rappresentazioni che stimolano odio e conflitti tra le diverse comunità culturali (https://ich.unesco.org/en/Decisions/14.COM/12). L’evento è stato escluso in quanto due volte dissonante. La prima perché alimenta conflitti tra diversi gruppi sociali invece che favorire il dialogo; la seconda perché “incoraggia gli stereotipi, deride alcuni gruppi e insulta i ricordi di dolorose esperienze storiche tra cui genocidio, schiavitù e segregazione razziale”.

É facile concordare con i motivi di questa esclusione, tuttavia in questo modo si rischia di perdere anche l’occasione di capire come mai in una pacifica e laboriosa cittadina nel cuore dell’Europa covi sotto la cenere delle buone maniere simili nuclei di aggressività, violenza e nostalgie del nazismo. Si tratta di motivazioni di esclusione chiarissime, ma va notato che non per questo il carnevale cessa di essere “patrimonio” della comunità locale, che infatti continua a celebrarlo anche senza il riconoscimento UNESCO. Un altra cosa da notare è che nel concetto di carnevale è originariamente compreso quello di trasgressione delle regole, sfrenatezza, assenza di limiti, sovversione. Se questa “scandalosa” libertà viene meno, il carnevale si trasforma in una simpatica festicciola di paese, una attrazione turistica o persino una pratica educativa; cioè nell’esatto contrario della sua natura originaria. In questo modo una pratica di preservazione e valorizzazione (la lista UNESCO) diviene una pratica trasformativa e anche distruttiva di un patrimonio, sia pure con ottime motivazioni.

Dissonanza sul potere di definizione

Una forma più radicale di dissonanza che riguarda il potere consiste nel potere di decidere che cosa è “patrimonio” e che cosa non lo è (non solo quandi di includerlo o escluderlo da una lista. Da questo punto di vista la Convenzione di Faro rivoluzionaria perché attribuisce un ruolo rilevate alla cittadinanza attiva organizzata in forma di Comunità Patrimoniali. In ultima analisi per la Convenzione sono le persone che attribuiscono valore culturale ad una “cosa” piuttosto che ad un’altra e quindi questo potere decisionale si sposta almeno in parte dallo stato ai cittadini.

Per esempio il cosiddetto patrimonio galleggiante, cioè l’insieme delle imbarcazioni storiche presenti nel nostro paese sono “patrimonio” o sono semplicemente vecchie barche da rottamare? Chi decide questo? É già successo più volte che organi della nostra amministrazione pubblica abbiano rifiutato qualunque forma di tutele perché i politici o i funzionari preposti alla decisioni abbiano rifiutato lo status di “patrimonio” a questo tipo di oggetti storici relegando al ruolo di semplici “cose” prive di significato. In questo modo abbiamo perso, ad esempio, il veliero Giorgio Cini che è stato venduto alla Francia per essere da lei immediatamente dichiarato bene inalienabile gestito con la massima cura. Per altri versi ci si può chiedere se ci siano siano limiti, ovvero se qualunque cosa possa essere percepita come patrimonio da parte di qualcuno. Teoricamente si, ma così potremmo trovarci come patrimonio una lista infinita di ricette di cucina regionale con dispute accanite su quale è più tradizionale di un’altra.

Ci sono quindi due rischi opposti: escludere troppo, tipico degli approcci istituzionali, e includere troppo, tipico degli approcci “dal basso”. Questo problema per il momento rimane aperto e probabilmente troverà nel tempo soluzioni negoziate.

Dissonanza come educazione al patrimonio

La convenzione assegna una particolare importanza ai processi di trasmissione del patrimonio alle generazioni future, ma che cosa trasmettiamo esattamente? Finché si tratta di oggetti fisici, come una architettura, non ci sono dubbi: ne assicuriamo la manutenzione e in questo modo si trasmette l’oggetto fisico. Ma abbiamo visto che il “patrimonio” è sempre un insieme di significati e cioè un costrutto culturale e che spesso questi significati sono dissonanti o controversi. Succede poi, anche troppo spesso, che il costrutto ”patrimonio culturale” alimenti conflitti identitari che sfociano in aperta violenza, razzismo e persecuzioni. Di certo non è questo lo scopo della cura del patrimonio, ma come possiamo evitare queste derive? Qui entra in gioco l’educazione al patrimonio e si apre un campo di azione molto vasto, di eccezionale importanza, ma ancora poco esplorato probabilmente perché richiede competenze di tipo pedagogico non banali e non sempre facilmente reperibili tra i volontari o i professionisti di altri settori. Diciamo allora che tutti vari casi di dissonanza si prestano molto bene come occasioni di apprendimento del pensiero critico ed aperto. Si supera così la concezione ingenua dell’insegnamento come semplice trasmissione di contenuti da chi sa a chi non sa, per stimolare la consapevolezza dai saperi come costruzione sociale variabile e negoziabile. Questo approccio permette al società aperte e democratica di “incorporare” nella loro storia anche costrutti patrimoniali fortemente dissonanti senza percepirli come minacciosi e quindi anche senza sentire il bisogno di distruggerli o demonizzarli. Questo tipo di pedagogia è precisamente ciò che distingue le società dittatoriali da quelle democratiche. Il valore delle seconde è fortemente sostenuto dalla Convenzione di Faro che – in questo – fa una scelta di campo chiara e non negoziabile. Un buon esempio di uso educativo del patrimonio dissonante si trova nel progetto ATRIUM.

FAQ 11 – Dove nasce la particolare avversione identitaria verso la Convenzione di Faro?

Sgombrato il campo dal disagio dei professionisti (v. risposta n. 9), si avverte l’esistenza anche di un disagio identitario verso la Convenzione. Questo è il secondo motivo di avversione verso la Convenzione di faro, legato a quello che si sostiene essere il suo relativismo culturale, e che definiamo come “avversione identitaria”. Secondo alcuni la Convenzione: promuove una idea di dialogo tra culture diverse generico e poco incisivo che sembra insufficiente per intervenire nel caso di contrasti molto forti . Mancano anche i concetti di intercultura e transcultura.

L’attenzione ai territori e ai luoghi, alle tradizioni e alle specificità, può sfociare, se non controllata e opportunamente mediata, in localismo, in campanilismo, sollecitando chiusure e contrapposizioni, non senza fraintendimenti del concetto di identità, da anni di gran moda e spesso trasformato in un’arma identitaria usata per colpire ogni forma di alterità .

Su questa strada, si arrivare a sostenere che la Convenzione di Faro rischia di diventare succubi di altre culture e in particolare dell’Islam. (data la gravità, questa affermazione sarà oggetto di una risposta separata)

A parte il manto ideologico, si tratta a nostro giudizio di motivazioni fondate sulla incomprensione, talora sulla paura, dello svilupparsi libero di comunità patrimoniali. Tale motivazione identitaria, che si avvale nell’Europa occidentale odierna di motivazioni religiose, sorrette da ragionamenti politici sovranisti, si fonda su di un equivoco fondato sulla non lettura del testo. E sufficiente soffermarsi sull’art. 3 e meditare sul suo contenuto: si è visto che questo sottintende una nozione forte di identità europea, non una nozione debole: una Europa che riconosce i limiti e gli orrori dei fanatismi passati e si impegna nella creazione di spazio per un crogiuolo di reti identificanti, nei limiti però del rispetto dei diritti umani in genere, e in particolare del diritto degli altri a scegliere i propri percorsi di patrimonializzazione.

D’altro canto, nella pratica, come ora si vedrà, le comunità patrimoniali hanno già dovuto affrontare il tema del patrimonio dissonante (FAQ 12).

FAQ 10 – E’ vero che la Convenzione di Faro è priva di efficacia pratica?

Tra chi si occupa della CF, che siano organi politici, studiosi o figure professionali con competenze diverse sul patrimonio culturale, è diffusa la convinzione che la CF “al di là dell’impegno generale al rispetto del principio di effettività, non impon[ga] specifichi obblighi di azione per i Paesi firmatari, lasciando ad essi la libertà di decidere sui mezzi più convenienti per l’attuazione delle misure in esso previste” [v. Servizio Studi e Servizio delle Commissioni del Senato, Nota breve a cura di G. Polverieri, Ratifica ed esecuzione della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, adottata a Faro il 27 ottobre 2005 (A.S. 2795), n. 165, maggio 2017].

In primo luogo, va distinto uno Stato firmatario da quello ratificante, essendo solo il secondo divenuto parte della Convenzione e con ciò chiamato a tradurre negli ordinamenti interni le disposizioni dettate dalla Convenzione. Anche per lo Stato solo firmatario già alla firma di un trattato internazionale seguono comunque alcuni effetti giuridici coerenti con il principio generale di diritto sulla conservazione dei valori. Lo Stato che ha apposto la firma può infatti anche decidere successivamente di non ratificare il trattato, ma non può rifuggire dal significato dell’atto compiuto, vale a dire di averne autenticato il testo e quindi il suo contenuto. E l’art. 18 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati pone in capo allo Stato firmatario l’obbligo di comportarsi in buona fede, in particolare astenendosi da atti che tanto sul piano interno quanto sul piano internazionale possano pregiudicare l’oggetto e lo scopo del trattato.

In secondo luogo, la flessibilità per gli Stati che discende dalla libertà di decidere sui mezzi più convenienti per l’attuazione delle misure previste in una Convenzione quadro, va ribadito, non caratterizza la natura giuridica degli impegni assunti, ma incide sulla fase di attuazione – ovvero la libertà di scelta dei tempi e dei modi – di realizzazione degli obblighi relativi che gli Stati assumono mediante la ratifica di convenzioni con una simile anima. Il lato oscuro del carattere flessibile di uno strumento convenzionale è ovviamente il rischio della inosservanza, da parte degli Stati che vi hanno aderito, degli impegni assunti con la ratifica, anche se questo è un rischio proprio di ogni accordo internazionale non supportato da un meccanismo di controllo (giurisdizionale e/o quasi-giurisdizionale) effettivo ed efficace.

Nel caso specifico, poi, la CF è una Convenzione-quadro atipica, diremmo una Convenzione quadro mista, perché a fianco d’una maggior parte di obblighi di risultato quelli rispetto ai quali opera la libertà di decidere i tempi e i mezzi di attuazione – essa pone alcuni obblighi di condotta (quindi più puntuali) per gli Stati ratificanti.

Si tratta anzitutto dell’obbligo degli Stati di assicurare che, nel contesto specifico del proprio ordinamento giuridico, “esistano le disposizioni legislative per l’esercizio del diritto al patrimonio culturale, come definito nell’articolo 4”[art. 5(c)] della Convenzione.

In secondo luogo, gli obblighi più puntuali riguardano gli impegni delle Parti della Convenzione in tema di controllo, ai sensi degli artt. 15 e 16 della CF. Con la ratifica infatti parte il monitoraggio da parte di un comitato apposito nominato dal Comitato dei ministri del CoE (l’attuale Steering Committee for Culture, Heritage and Landscape) sulla legislazione, le politiche e le pratiche riguardanti il patrimonio culturale attuate in Italia, che devono mantenersi coerenti con i principi stabiliti dalla CF. Gli Stati contraenti, inoltre, sono chiamati a promuovere attività multilaterali e transfrontaliere, e sviluppare reti per la cooperazione regionale al fine di attuare lo scopo e l’oggetto della Convenzione.

Ritornando alla previsione convenzionale dell’art.5(c), è doveroso chiedersi se essa definisca un diritto al patrimonio culturale con carattere giustiziabile, ossia la cui violazione possa essere fatta valere dinanzi a organi giurisdizionali. Una risposta inequivocabilmente negativa, ahimè, la detta l’art. 6(c) della CF ai sensi del quale “Nessuna disposizione della presente Convenzione potrà in alcun modo essere interpretata in modo da: … (c) creare diritti azionabili”.

Allora: se il diritto al patrimonio culturale significa affidare ai singoli e alle collettività (comunità patrimoniali, ma non solo) un “nuovo ruolo nelle attività di [sua] conoscenza, tutela, valorizzazione e fruizione”, che fare nel caso, per esempio, di messa all’asta da parte dello Stato di bene demaniale a favore di un offerente (probabilmente interessato solo a costruire un supermercato), laddove quel patrimonio immobile per anni è stato protetto e valorizzato da comunità patrimoniali locali? Ancora, se come detto (v. Nota breve sopra citata) la CF definisce gli obiettivi generali e “suggerisce possibilità di intervento da parte degli Stati firmatari (rectius ratificanti), in particolare in ordine alla promozione di un processo partecipativo di valorizzazione del patrimonio culturale”, la vendita di beni demaniali con valore di patrimonio culturale non rappresenta una condotta contraria all’impegno degli Stati di considerare i cittadini “non solo destinatari, ma attori della gestione del patrimonio culturale”?

Rimane così il problema “drammatico” della effettiva disponibilità di strumenti di protezione a fronte di queste violazioni. E se, come detto, il ricorso in giudizio è comunque escluso normativamente, non vanno sottovalutati altri strumenti legati alla sanzione sociale e a meccanismi di “denuncia”: magari innanzi a Commissioni appositamente istituite dallo Stato, o al già esistente coordinatore HEREIN esistente a livello di MiBACT, oltre che innanzi al Steering Committee for Culture, Heritage and Landscape, i.e. il Comitato di Monitoraggio del CoE ex art. 16 della CF.

Sugli spazi che a livello di ordinamento interno la legge che ordina l’esecuzione della Convenzione di Faro apre, si tornerà nell’ambito delle risposte della parte seconda delle FAQ.

FAQ 9 – Quali sono i principali motivi di avversione verso la Convenzione?

Ben prima che si palesassero motivi di dissenso politico, si è notata, in Italia come in altri paesi europei, una avversione sorda verso la Convenzione e il suo significato, in ambienti legati al patrimonio culturale nell’accezione tradizionale, elitaria, ma non solo. E’ evidente che la chiusura degli steccati, orizzontali come verticali, e più in generale l’approccio bottom-up promosso dalla CF, crea problemi e può dare fastidio. A questi si aggiunge la generale antipatia di cui i diritti culturali godono presso molta parte degli studiosi e delle entità che si occupano di diritti umani: ciò a causa del loro “relativismo”, e del fatto che si tratta di diritti (non solo, ma sempre anche) collettivi. Ciò è in conflitto con l’antico quanto errato dogma del carattere necessariamente individuale dei diritti umani. Di qua quindi un malessere diffuso, che trova alla fine la sua espressione più ampia – anche perché cela i motivi reali di antipatia – nel fatto che la Convenzione sarebbe priva di effetti pratici. Affermazioni ricorrenti sono:

(la Convenzione) ….“Rischia di rimanere una dichiarazione di principi astratti che non garantisce alcun diritto reale alle comunità patrimoniali e non ostacola l’abbandono, gli usi impropri o la distruzione del patrimonio da parte dei proprietari, pubblici o privati che siano”.

Non è abbastanza operativa. Rischia di rimanere una dichiarazione di principi astratti che non garantisce alcun diritto reale alle comunità patrimoniali e non ostacola l’abbandono, gli usi impropri o la distruzione del patrimonio da parte dei proprietari, pubblici o privati che siano.

La formulazione di patrimonio culturale è talmente estesa che nel concetto di eredità culturale è compreso tutto e il contrario di tutto. Come esercitare realmente le funzioni di tutela e valorizzazione e gestione davanti a una definizione così estesa?

La partecipazione alle azioni di cura, valorizzazione, ecc.. da parte delle Comunità Patrimoniali e fortemente è auspicata, ma non c’è alcun modo preciso per metterla in pratica. Le CP potrebbero ‘patrimonializzare’ praticamente ogni cosa.

Si tratta di affermazioni che si rincorrono e in parte si sovrappongono, e la cui origine appare legata, come si accennava, alla struttura verticistica, specialistica e autoritaria del sistema di gestione del patrimonio culturale che ha sempre caratterizzato il nostro paese. Questo apparato gestionale appare destinato ad ostacolare il nuovo protagonismo della società civile che la Convezione favorisce (in ogni caso, rimandiamo alla risposta n. 12).

FAQ 8 – Cosa significa dire che il patrimonio culturale è oggetto di un diritto umano, e quale?

Il diritto al patrimonio culturale è inerente al (cioè fa parte del) diritto di partecipare alla vita culturale, riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (art. 27), adottata dalla Assemblea Generale (AG) dell Nazioni Unite il 10 dicembre 1948; e dal Patto internazionale sui diritti economici sociali e culturali (art. 15 par. 1 a), adottato dalla AG nel 1966 (anche se entrato in vigore a livello internazionale solo 10 anni più tardi).

Il diritto in oggetto rappresenta dunque una qualificazione ulteriore ed un arricchimento della nozione di diritti culturali. Ciò ha possibili conseguenze pratiche: mentre cultura è, ed è destinata a rimanere, nozione assai astratta e cangiante, il diritto al patrimonio nel senso indicato dall’art. 1 della Convenzione di Faro richiama una nozione ad un tempo ampia, ma ad un tempo sufficientemente determinata.

Va ricordato tuttavia che se abbracciare, conservare, reinterpretare, vivificare e trasmettere alle generazioni future il patrimonio culturale, materiale immateriale e digitale, sono oggetto di un diritto, la salvaguardia è anche un dovere affidato a tutti e ciascuno.

FAQ 7- E’ possibile stabilire una relazione con le Convenzioni UNESCO (e quali) sulla protezione del patrimonio?

Le Convenzioni UNESCO con cui si può cercare la relazione sono la Convenzione del 1972 sul patrimonio culturale e naturale mondiale, e soprattutto la Convenzione del 2003 sulla salvaguardia del patrimonio culturale intangibile.

Per la prima il rapporto sembrerebbe non esistere né sul piano orizzontale (la Convenzione UNESCO si occupa solo di patrimonio culturale immobile), né tantomeno su quello verticale, dal momento che la Convenzione UNESCO si riferisce solo al patrimonio di speciale (outstanding) valore. Tuttavia dagli anni ’90 la Convenzione prevede anche la categoria dei paesaggi culturali, e questo crea in certa misura forme di intreccio comprendendo la CF tutti gli aspetti ambientali derivanti dall’interazione “tra le persone e i luoghi”.

Più complesso e articolato è il rapporto tra CF e Convenzione del 2003; questo confronto richiede il confronto, per un verso, tra due nozioni di comunità non coincidenti ( e quindi se ne parlerà nella parte terza) per altro verso, per quanto riguarda l’oggetto, la CF utilizza l’espressione “risorse” che è affatto assente dalla Convenzione UNESCO del 2003 e che significa anche una certa attenzione verso i profili economici. Un elemento di vicinanza tra la CF e la Convenzione del 2003 consiste invece nel fatto che le espressioni culturali intangibili comprendono spesso anche oggetti materiali, e quindi il campo di applicazione oggettivo delle due è molto più vicino di quanto avvenga nel caso del raffronto tra CF e Convenzione del 1972.

FAQ 5 – Cosa si intende per patrimonio culturale europeo?

Si intende il patrimonio comune dell’Europa: cioè da un lato tutte le forme di patrimonio culturale in Europa che costituiscono nel loro insieme una fonte condivisa di ricordo, comprensione, identità, coesione, creatività, nonché “gli ideali, i principi e i valori, derivati dall’esperienza ottenuta grazie al progresso e nei conflitti passati, che promuovano lo sviluppo di una società pacifica e stabile, fondata sul rispetto per i diritti dell’uomo, la democrazia e lo Stato di diritto” (art. 3 della Convenzione).

Aspetto chiave è la nozione di “fonte condivisa” (shared source) qualificata dalla condizione del rispetto per i diritti umani e la democrazia. La Convenzione è dunque qualificata da una idea forte di identità europea, fondata sul patrimonio sedimentato di democrazia, sulla capacità delle istituzioni di garantire i diritti fondamentali dei cittadini.


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Testo da citare:
Testo redatto a cura dell’ Associazione Faro Venezia
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FAQ 4 – Cos’è il patrimonio culturale secondo la Convenzione di Faro?

La definizione è data dall’art. 2 lett. a) della Convenzione. Si tratta di un…

“insieme di risorse ereditate dal passato che alcune persone identificano (meglio: gruppi di persone identificano), indipendentemente da chi ne abbia la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni costantemente in evoluzione. Esso comprende tutti gli aspetti dell’ambiente derivati dall’interazione nel tempo fra le persone ei luoghi”.

Quindi ecco il primo aspetto: il patrimonio culturale di cui parla questa Convenzione è, in potenza, qualsiasi oggetto materiale o ed espressione culturale. Viene meno la distinzione orizzontale tra patrimonio materiale ed immateriale, e all’interno del primo tra beni mobili ed immobili; a livello verticale cessa ogni diversità di trattamento fondata sul valore, economico o altro, del patrimonio. Vengono meno, ai fini dell’applicazione di questa Convenzione, i regimi giuridici differenziati vigenti a livello nazionale così come internazionale, in virtù delle varie Convenzioni UNESCO. Soprattutto, “patrimonio culturale” torna ad essere concetto unitario. Si tratta della definizione più ampia di patrimonio culturale mai formulata in uno strumento giuridico internazionale, che comprende ora anche il patrimonio digitale.

Unica condizione richiesta perché si tratti di patrimonio culturale è che tale “insieme di risorse” sia individuata dai gruppi di persone interessate quale espressione dei loro “valori, credenze, conoscenze e tradizioni”. . Il passaggio è di centrale importanza: sta a significare che la componente soggettiva (pluralità, gruppi di persone) governa la componente oggettiva (il patrimonio culturale in sé); di più, all’interno della stessa componente soggettiva, i profili più propriamente sociali, comunitari (valori e credenze dei gruppi sociali interessati) sono sapientemente collocati davanti, prevalgono insomma su quelli oggettivi e misurabili (conoscenze e tradizioni). Quando parliamo di profili soggettivi non ci riferiamo a singoli individui ma ad insiemi, gruppi di persone, come dimostra l’uso del termine people (invece che individuals, o altro) nel testo inglese. Stiamo parlando di un patrimonio oggetto sempre di diritti non solo individuali ma (anche) collettivi.

E’ quanto ci consente di definire beni (ed espressioni) culturali non più solamente “cose” ma anche e soprattutto costrutti sociali, cioè significati che le persone attribuiscono alle cose, agli ambienti e alle relazioni con essi.

La conoscenza e l’utilizzo del patrimonio culturale rientrano d’altro canto nel diritto dell’individuo a goderne i benefici, migliorando la propria qualità di vita, svolgendo un ruolo attivo, promuovendone la valorizzazione ulteriore e mantenendo così il bene per le generazioni future.

Esprimendosi in altri termini: la Convenzione afferma il diritto e la necessità della partecipazione dei cittadini in tutte le fasi del processo di patrimonializzazione: dalla definizione di che cosa è patrimonio alle azioni necessarie per tutelarlo e valorizzarlo.


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Testo da citare:
Testo redatto a cura dell’ Associazione Faro Venezia
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FAQ 1 – Cos’è il Consiglio d’Europa?

Il Consiglio d’Europa (CoE) e’ l’organizzazione internazionale governativa fondata il 5 maggio 1949 a Strasburgo che include oggi 47 Stati membri distribuiti nell’area geografica europea, ampiamente intesa, (coinvolgendo oltre 800 milione di abitanti) e di cui sono parte i 27 Stati dell’Unione Europea. Partecipano ai lavori del CoE con lo stato di osservatori anche Canada, Giappone, Israele, Messico, Santa Sede, Stati Uniti.

Statutariamente il CoE è chiamato a promuovere il rispetto e l’attuazione delle misure che garantiscano i diritti umani, lo stato di diritto e la presenza di assetti democratici all’interno degli Stati membri. Nello specifico, esso promuove il contrasto alla discriminazione e al razzismo, a trattamenti disumani e degradanti e alla tortura, ai discorsi su e di odio in internet e social media, promuove la libertà di espressione e dei media, la libertà di riunione, l’uguaglianza e la protezione delle minoranze, dei diritti dei bambini, l’uguaglianza di genere, l’educazione ai diritti umani e alla democrazia, partecipa alla osservazione elettorale internazionale, promuove la difesa delle diversità culturali. Il Consiglio d’Europa aiuta gli Stati membri a combattere la corruzione e il terrorismo e a intraprendere le riforme giudiziarie necessarie. Il suo gruppo di esperti di diritto costituzionale, conosciuto come la Commissione di Venezia, offre consulenza legale ai paesi di tutto il mondo.

L’Organizzazione persegue questi obiettivi mediante, tra l’altro, l’adozione di trattati internazionali rispetto ai quali gli Stati ratificanti si impegnano a tradurre in legislazioni e regolamentazioni interne gli obblighi che da quei trattati discendono. Tra le prime e forse più conosciute Convenzioni vi è la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la cui osservanza sul piano giurisdizionale è assicurata dalla Corte europea dei diritti umani. Ma già nel 1954, con la adozione della Convenzione culturale europea, il CoE si è attivato in materia culturale, mediante una azione di natura eminentemente programmatica e di accompagnamento delle azioni dei Paesi membri, per poi articolarsi nel tempo attraverso l’elaborazione di politiche d’indirizzo e l’adozione di convenzioni internazionali piu’ specifiche. Allo stato le Convenzioni in materia culturale, oltre quella ora indicata, sono 7:Convenzione europea per la protezione del patrimonio archeologico (adottata nel 1963, riveduta nel 1992);Convenzione europea sulle infrazioni coinvolgenti i beni culturali (1985);Convenzione per la salvaguardia del patrimonio architettonico dell’Europa (1985);Convenzione europea sul Paesaggio (2000);Convenzione europea relativa alla protezione del patrimonio audiovisivo (2001);Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società(2005);Convenzione del Consiglio d’Europa sulle infrazioni coinvolgenti i beni culturali(2017, non ancora entrata in vigore sul piano internazionale).


Indice completo delle FAQ sulla Convenzione di Faro
https://farovenezia.org/faro_faq/

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Testo e link da citare:
“Testo redatto a cura dell’ Associazione Faro Venezia
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